Hybris

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4.5 Awesome
  • voto 4.5

La casa con le finestre che non ridono

Un gruppo di amici di vecchia data in trasferta, una casa isolata nel bosco nel bel mezzo del nulla, presenze demoniache a guastare la festa e l’immancabile bagno di sangue a colorare di rosso quel che è destinato a diventare il classico weekend di paura senza ritorno. Facile riconoscere in questi pochi elementi i pilastri di quello che è diventato un autentico cult del cinema gore sanguinolento, ossia quel Evil Dead (La casa) che nel 1983 ha spianato la strada al ventitreenne Sam Raimi e ha piantato le basi per la nascita di un vero e proprio filone. Girato a costi irrisori con una piccola troupe di dilettanti, l’esordio del regista statunitense si è trasformato ben presto in una pietra miliare del suddetto genere, anche grazie alla sequela inarrestabile di invenzioni registiche, di originali soluzioni visive ed effetti ingegnosamente grotteschi, per uno straordinario crescendo parossistico di horror iperrealistico e di vertiginose mutazioni. Il successo ottenuto non poteva che attirare su di sé l’attenzione degli addetti ai lavori, quanto basta per farlo diventare un modello da imitare e replicare tutte le volte che se ne presentava l’occasione. E così è stato, tanto che provare a stilare una lista in grado di raccogliere gli innumerevoli tentativi di emulazione, per la stragrande maggioranza dei casi non andati a buon fine, appare impossibile. In tal senso, i tanti fallimenti accumulati nei decenni successivi non sono stati sufficienti a dissuadere tutti quei registi che hanno deciso di cimentarsi con un’operazione analoga a quella di Raimi. Eppure c’è ancora qualcuno che sembra non aver capito la lezione e, come se non bastasse, dichiara apertamente di aver deciso di portare sul grande schermo l’ennesima variazione sul tema, con esiti che, come avremo modo di vedere, lasciano moltissimo a desiderare.
È il caso del classe 1993 Giuseppe Francesco Maione, che con la sua opera prima dal titolo Hybris ha deciso di farsi davvero male, confrontandosi con un film inarrivabile e più in generale con un genere che ha e continua a mietere “vittime” a tutte le latitudini. Tenendo presente che si tratta di un esordio e data la giovane età del regista, del quale comunque si intravede un certo potenziale tecnico-stilistico, preferiamo però non infierire come normalmente faremmo nei confronti di un collega più esperto. Per cui ci limiteremo a bocciare il film, motivandone il perché, con la speranza di essere incappati in un errore di gioventù e di valutazione. Se non ci fosse stato questo alibi, probabilmente, anzi sicuramente, il voto in pagella sarebbe stato ancora più basso.
Detto ciò, Hybris più che un horror è un supernatural-thriller che ha nella debolezza strutturale, nella carenza drammaturgica e nella saturazione del racconto, i demeriti più evidenti. In particolare, la saturazione viene dall’incapacità di saper dosare gli ingredienti a disposizione, sacrificandone qualcuno se necessario. Nella pellicola del regista napoletano, invece, si assiste una maionese impazzita a base di tutto quello che il genere di riferimento mette a disposizione. Si prova insistentemente a mischiare le carte in tavola, ma con scarsi risultati. Dunque, il tallone d’Achille va ricercato in primis nella scrittura e di conseguenza nella resa dello script. Il problema sta dunque alla radice e quando le radici sono “malate”, difficilmente le piante riescono a dare alla luce dei buoni frutti. Allo stesso modo, se in un film la sceneggiatura non mette nelle condizioni chi dirige di lavorare su delle basi quantomeno sufficienti, allora il fallimento è inevitabile e nemmeno il montaggio può evitare alla barca di colare a picco.
In un progetto come questo sappiamo in partenza che l’originalità non è contemplata, poiché stereotipi, cliché, archetipi, situazioni, personaggi e persino esecuzioni materiali, fanno parte di un campionario al quale si deve attingere per contratto. Ci troviamo così a fare i conti con una minestra riscaldata che ha il sapore inconfondibile del già visto. Siamo neanche a dirlo alle prese con un gruppo di quattro ragazzi che si trova  riunito in una baita abbandonata per volontà di amico deceduto. Strane cose iniziano a accadere all’interno della casa e la conflittualità tra gli amici emerge in modo irreparabile. Una forza superiore sembra spingere i ragazzi a confessare i loro segreti più profondi, mentre allucinazioni visive alimentano le loro paranoie. Con il passare del tempo l’equilibrio mentale dei protagonisti si altera rendendoli vittime dei deliri più violenti. La verità emerge in modo inquietante: Valerio nascondeva un terribile segreto. Ovviamente non saremo noi a spoilerarlo, anche se con un piccolissimo sforzo si può giungere subito al finale scontato, ma  se proprio ci tenete a scoprirlo non vi resta che trovare la sala della vostra città dove il film verrà programmato a partire dal 28 maggio.
Basta leggere la sinossi di Hybris per rendersi immediatamente conto che troveremo proprio tutti gli ingredienti chiave del filone, nessuno escluso, messi al servizio di una sceneggiatura che non è in grado di tenerli insieme senza che questi implodano, generando un cortocircuito nella timeline. Gli effetti immediati sono una facile lettura degli eventi e a cascata un azzeramento dell’effetto sorpresa. Se poi ai demeriti della scrittura aggiungiamo quelli della messa in quadro, che non riesce a generare tensione, suspense e nemmeno paura, allora gli appigli ai quali aggrapparsi per non affondare insieme alla barca diminuiscono sensibilmente. Salvare il salvabile appare a questo punto impresa ardua da portare a termini, specialmente quando vengono meno tutti e tre i capi saldi del genere e si decide di togliere anche la macelleria gratuita, lasciando l’omicidio fuori campo. Fatta eccezione per qualche intuizione stilistica del regista, per una manciata di soluzione di montaggio degne di nota e per la fotografia, c’è davvero poco da salvare, a cominciare dai quattro attori impegnati davanti alla macchina da presa che, loro malgrado, pagano con delle interpretazioni discontinue le lacune del testo.

Francesco Del Grosso

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