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The Social: Il prezzo della verità

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VOTO: 5,5

La verità che non c’era più bisogno di rivelare

A volte il destino degli appassionati di cinema è crudele. Nello stesso weekend in cui Artificial di Luca Guadagnino infiamma la conversazione attorno al New York Film Festival, manifestazione che si è aggiudicata l’anteprima mondiale di quello che la critica definisce il degno successore spirituale di The Social Network, pur raccontando la storia di OpenAI, al pubblico italiano tocca confrontarsi con il canonico secondo capitolo del film di David Fincher, un’inchiesta ammonitrice che arriva già datata sia sul fronte cinematografico che su quello tematico, ma che perlomeno aggiunge un chiodo alla bara quasi completamente sigillata di Facebook.
Aaron Sorkin torna a curare la sceneggiatura, questa volta in solitario, ma per l’occasione prende anche il timone della regia firmando il suo quarto lungometraggio: è così che l’appassionante percorso di un autore stufo di affidare le sue pagine alle interpretazioni altrui, iniziato nel 2017 con Molly’s Game e proseguito con l’acclamato Il processo ai Chicago 7, si è infine svalutato fino a perdere completamente la scintilla che permetteva di sorvolare sulle carenze formali. La struttura narrativa di The Social: Il prezzo della verità (titolo originale The Social Reckoning) è infatti fatalmente compromessa da una progressione temporale non lineare ingiustificata, che nel tentativo di mostrarsi virtuosa ostacola il ritmo del racconto. Il montaggio è di conseguenza confuso e fatica a donare vitalità a quella che non è la naturale progressione delle vicende, con il risultato che alcuni brevi spezzoni vengono percepiti come trascurabili. Questo rappresenta un grosso problema, specialmente dopo aver constatato che tutte le sequenze trascurabili coincidono con la presenza sullo schermo di Jeremy Strong: il suo Mark Zuckerberg è un fantoccio senz’anima, vittima della percezione mediatica che vede il fondatore di Facebook come un robot incapace di provare emozioni, e frainteso a tal punto da venire ritratto come qualcuno incapace persino di esprimersi o prendere decisioni. L’indolenza del personaggio di Zuckerberg, più che offrire uno spaccato operativo e grottesco dei vertici del capitalismo, comunica tutta la frustrazione di assistere alla neutralizzazione di un attore superlativo, oltre che la perplessità verso la decisione di Jeremy Strong di ricorrere (per sua ammissione) al “method acting” per interpretare una semplice macchietta che non ha peso sulla narrazione.
La parziale salvezza del film risiede nella natura procedurale dell’inchiesta condotta da Jeff Horwitz (Jeremy Allen White), reporter premio Pulitzer del Wall Street Journal che si è battuto per portare alla luce i segreti dell’algoritmo del social network blu, e nella sua chimica con Frances Haugen (Mikey Madison), analista impiegata presso Facebook. Le strade di Jeff e Frances si intrecciano nel 2019, dando vita a uno scontro di ideali tra il mondo del giornalismo e quello informatico: il primo ha bisogno di raccogliere prove sufficienti a imbastire un processo contro Facebook, la seconda è determinata a scuotere un sistema che è fermamente convinta possa aspirare a migliorare la sfera dell’informazione, ma che per il momento è più interessato a ingannare i propri utenti a discapito della sicurezza pubblica. Da qui, The Social: Il prezzo della verità si propone di accompagnarci fino alla pubblicazione dei cosiddetti “Facebook Files”, la prima vera denuncia dei problemi causati dal comportamento subdolo dell’azienda. Il film si chiude quindi nel periodo appena successivo alla pandemia, periodo storico che dalla prospettiva di un 2026 agli sgoccioli appare ormai anni luce nel passato. Si ritorna al discorso introduttivo: in una società in balia della subdola influenza esercitata dall’intelligenza artificiale, tratteggiare gli orrori dell’MSI — ovvero il sistema che soppesa il valore di ogni interazione sui social per plasmare l’esperienza di ogni utente, risultando frequentemente nella radicalizzazione politica degli stessi — appare come uno sforzo superfluo, seppur di marginale interesse per chi non è mai stato introdotto ai retroscena della questione. In sostanza, non si può pretendere di infondere urgenza a un segreto di pulcinella, specialmente quando il fulcro della questione — ovvero la facilità con cui si tende a ricondividere contenuti che fanno leva sulla nostra indignazione — viene trattato alla stregua di un plot twist.
L’universalità di questa operazione risiede tutta nella figura di Haugen, capace di instillare nello spettatore la consapevolezza che alcune battaglie vengono combattute da singoli individui rivoluzionari che rischiano tutto nel tentativo di fare la differenza. Quello che fa storcere il naso, nell’ottica del suo personaggio, è l’utilizzo della fisicità di Madison come elemento umoristico e di fan service: Aaron Sorkin lascia passare appena trenta secondi prima di offrire un primo piano dei suoi piedi nudi, ed è ricorrente la gag che vede Frances presentarsi in abiti succinti a casa di Jeff per sviare occhi indiscreti a credere che le loro macchinazioni siano in realtà appuntamenti romantici. Che su questa base The Social: Il prezzo della verità sia stato identificato da alcuni come una storia d’amore inespressa la dice lunga sulla carenza di titoli che rendono giustizia al genere sentimentale, ma è anche sintomo dell’incapacità di Sorkin di giungere al nocciolo della verità senza ricorrere a espedienti spiccioli. In alcuni passaggi, si riscontra persino un’eccessiva veemenza nel rigurgitare informazioni accostabile alla cieca fiducia verso le “fake news” che qui viene intrinsecamente criticata. La versione di Sorkin della storia dei crimini contro l’umanità di Facebook (o meglio, dell’agglomerato comprendente anche Instagram che ormai si chiama Meta) non offre quindi nulla di più rispetto alla lettura di qualche articolo a riguardo, se non il promettere una moderata dose di intrattenimento a chi decide di affidarsi al cinema per apprenderne di più a riguardo. La speranza, in un’epoca dove l’impatto del cinema sulla società è sempre più flebile, è che rappresenti comunque un incentivo per continuare ad intervenire contro queste pratiche.

Alessio Vinciguerra

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