Un amore in carne ed ossa
Prima di tutto scacciamo dalla mente un possibile misunderstanding circa il film del quale ci stiamo per occupare, ossia La poupée, in uscita nelle sale nostrane con il titolo La bambola dal 15 ottobre 2026 con No.Mad Entertainment. Tranquilli non si tratta di un remake del dramma erotico omonimo di Bigas Luna del 1996 con “baci stellari” Valeria Marini come protagonista, tantomeno un nuovo capitolo della saga orrorifica con al centro le gesta sanguinarie di Chucky, ma una pellicola di tutt’altro genere e tono. Ci troviamo infatti nel terreno più leggero e confortevole della commedia romantica, laddove Sophie Beaulieu ha piantato le radici della sua opera prima, presentata in anteprima italiana lo scorso settembre alla quinta edizione del Capalbio Film Festival.
Dopo una serie di pluridecorati corti auto-prodotti (tra cui Je n’ai pas tué Jesse James e Salem), con i quali ha attirato l’attenzione degli addetti ai lavori e mostrato quelli che diventeranno i caratteri distintivi del suo modo di fare cinema, la regista e sceneggiatrice cresciuta tra Lione e New York approda sulla sulla distanza con un mix di rom-com, commedia dell’assurdo e satira. Quest’ultimi sono i colori presenti e mescolati senza soluzione di continuità sulla sua tavolozza, con i quali ha dipinto sul grande schermo un film capace di trasformare una premessa surreale in un racconto profondamente umano. L’idea, infatti, nasce dalla visione casuale della regista di un servizio televisivo in cui venivano intervistati uomini che possedevano bambole di silicone iperrealistiche, realizzate secondo i loro desideri. Uomini che potevano scegliere le caratteristiche fisiche delle proprie compagne e vivevano quelle relazioni in segreto, consapevoli dello sguardo degli altri. Da qui hanno preso forma e sostanza narrativa e drammaturgica le vicende amorose di Rémi, un uomo che non si è mai ripreso dall’ultima rottura, tanto da optare per una soluzione estrema per evitare il dolore del cuore: vivere una relazione con una bambola, chiamata Audrey. La sua vita prende una svolta inattesa il giorno in cui Patricia, una nuova collega, irrompe nel suo quotidiano.
Cinematograficamente parlando la bambola trasformata in compagna sentimentale non è un territorio inesplorato, basti pensare ad Air Doll di Hirokazu Koreeda e Lars e una ragazza tutta sua di Craig Gillespie. Il ché non gioca a favore dell’operato in fase di progettazione e scrittura. Motivo per cui non è nell’originalità del plot che vanno ricercati i motivi d’interesse. Del resto, chi lo aveva fatto in precedenza si era limitato semplicemente a rileggere in chiave moderna il mito di Pigmalione, lo scultore delle Metamorfosi di Ovidio che si innamora della propria statua, resa viva da Afrodite. Con La bambola, la Beaulieu vi attinge per parlare di tematiche profonde e universali: dall’amore negato al riappropriarsi dei sentimenti, dalle fragilità maschili alla solitudine e alle strategie di evitamento emotivo.
Lo fa seguendo dei modus operandi ben congegnati e amalgamati tra loro, lavorando principalmente sul contrasto deipersonaggi e sul registro utilizzato. Nel primo caso, il protagonista, alle presecon le sue contraddizioni e la possibilità di ricominciare a vivere con gli altri, si ritrova tra due fuochi, ciascuno dei quali rappresenta una visione diversa e opposta del ruolo della donna nella società attuale: da una parte c’è Audrey, docile e dipendente dallo sguardo maschile e letteralmente costruita secondo un ideale femminile; dall’altra Patricia, una donna indipendente, sportiva, autorevole, sicura di sé e poco interessata a conformarsi alle aspettative degli altri. Tutto sembrerebbe predisposto perché le due diventino rivali in amore, con l’insorgere del classico triangolo che promette scintille. Questo però inspiegabilmente salta, con la Beaulieu che deliberatamente decide di non innescarlo e di farne a meno. L’assenza a nostro avviso disinnesca il plot, depotenziandolo e sottraendogli quella giusta dose di pepe che in ricette di rom-com non dovrebbe mancare. Ciò, insieme alla bassa percentuale di originalità, sono i talloni d’Achille dell’opera. Un’opera che al contrario trova nello humour surreale la spinta per tornare a galla. L’ingrediente dona brio, imprevedibilità e quel tocco di politicamente scorretto e dissacrante che non guasta mai. Con e attraverso di esso, ma anche grazie al contributo davanti la macchina da presa di un trio assortito ed efficace formato da Vincent Macaigne, Cécile de France e Zoé Marchal, La bambola diverte e al contempo fa riflettere collocando situazioni folli e irreali dentro mondi perfettamente riconoscibili in stile fratelli Farrelly e Quentin Dupieux.
Francesco Del Grosso









