Molly’s Game

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Una donna americana

Ad Aaron Sorkin – per inciso il miglior sceneggiatore in azione a Hollywood e dintorni da diverso tempo a questa parte – sono sempre piaciuti i giocatori d’azzardo impegnati a scommettere su qualcosa di nuovo nelle rispettive esistenze. Molti dei personaggi adattati dalla sua penna cinematografica sono innovatori a tutto tondo, realmente esistiti: il Mark Zuckerberg di The Social Network (2010) ha l’intuizione che cambia per sempre la sua vita nonché quella dei navigatori di internet; Billy Beane, general manager degli Oakland Athletics, rivoluzionò il mondo del baseball a stelle e strisce con un metodo del tutto inedito inerente la scelta dei giocatori ne L’arte di vincere (Moneyball, 2011). Infine Steve Jobs, nel recente film omonimo diretto da Danny Boyle, viene ritratto come una sorta di visionario atto a sfidare l’establishment dell’industria informatica non tanto per scopi economici quanto per insopprimibile sete di progresso. Non stupisce affatto, allora, che per il suo esordio registico – coincidente peraltro con il primo ritratto femminile a tutto tondo della propria carriera di writer – abbia scelto un biopic atipico su una donna che si è fatta strada nella vita come organizzatrice di partite di poker di alto bordo. Molly Bloom – James Joyce non c’entra; papà Larry, nel film interpretato da Kevin Costner, certamente sì – è il suo nome e Molly’s Game il titolo del film, quasi a sottolineare un’inderogabile sovrapposizione tra fatti realmente accaduti e la loro trasposizione cinematografica. Con il tavolo verde, nella sua versione fisica e metaforica, a fare da teatro degli eventi.
Seguendo un’autobiografia scritta in prima persona dalla stessa Molly Bloom, da xx campionessa di sci nella disciplina freestyle, la protagonista della storia è costretta a mollare le competizioni dopo una caduta causata da un particolare pressoché impossibile da prevedere. La nostra eroina, abilissima nel riciclarsi poiché dotata di un’intelligenza fuori dal comune, entra nella giungla dell’organizzazione del gioco d’azzardo clandestino. Fa la sua gavetta d’ordinanza, tra discriminazioni sessuali e difficoltà assortite, quindi si mette in proprio. Una storia molto americana nella sua atipicità, che pare disegnata appositamente per mettere in scena un’altra simbolica parabola di un american dream sempre pronto a mostrare anche i propri lati oscuri. E tuttavia non è tutto ciò ad interessare primariamente il Sorkin sceneggiatore e, per l’occasione, regista. Man mano che la narrazione – avvincente anche e soprattutto quando ci si trova nella classica situazione di due persone da sole che dialogano, autentico marchio di fabbrica sorkiniano – avanza, infatti, prende corpo una questione morale di tutt’altro che indifferente portata: è possibile mantenere un’etica vivendo in precario equilibrio in micro-cosmo nel quale girano milioni di dollari al pari di caramelle e ogni individuo viene valutato per la propria capacità economica? La risposta che offre Sorkin, senza se e senza ma, è affermativa. Ed è per questo motivo che Molly’s Game diviene, alla fine dei giochi pokeristici dove una donna si erge a domatrice di una fossa di leoni maschi, una grande film sottilmente politico; perché ritrae Molly come un perfetto contraltare dell’essere umano che abusa della sua posizione di potere al fine di “marcare” il proprio territorio facendo valere il proprio narcisismo in ogni ambito possibile. Scontato il riferimento all’attuale presidenza americana, fieramente osteggiata da Sorkin in qualsiasi intervista abbia egli rilasciato da quel fatidico giorno elettorale in poi.
Unico appunto possibile, ampiamente perdonabile, ad un’opera del valore di Molly’s Game è la sua durata, ben oltre la canonica soglia delle due ore. Ma trattasi di peccato veniale, comprensibile alla luce dell’innamoramento provato da Sorkin – e diffuso alla platea intera – per la Molly Bloom alla quale concede vita cinematografica una splendida Jessica Chastain, qui al secondo ruolo chiave della carriera dopo il fondamentale Zero Dark Thirty (2012) di Kathryn Bigelow. Tra rapporti edipici mai affrontati, pericoli ad ogni angolo e una visione di giustizia forse utopistica ma finalmente a misura d’uomo (e donna), Molly Bloom finisce con il perdere l’ambiguità di donna d’affari ad ogni costo per divenire punto di riferimento in un mondo che pretende la creazione di nuovi eroi in cui credere. Molto meglio se appartenenti al (non più) sesso debole. Anche se dopo ci sarà sempre un’altra vita da dover vivere. Per tutti coloro che avranno un’altra chance.

Daniele De Angelis

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