The Novelist’s Film

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8.0 Awesome
  • voto 8

Un giorno qualunque

Il celebre regista sudcoreano Hong Sangsoo è ormai di casa alla Berlinale. E, anche in occasione di questa 72° edizione del Festival di Berlino, ha saputo piacevolmente sorprenderci con un lungometraggio soave ed estremamente raffinato, qui in corsa per il tanto ambito orso d’Oro. Stiamo parlando di The Novelist’s Film, dove viene effettuata anche un’importante riflessione sul produrre arte, in qualsiasi forma la si voglia considerare.

La famosa scrittrice Junhee, dunque, si reca a Seoul dopo tanto tempo, al fine di andare a trovare una sua ex collega, che attualmente gestisce una piccola libreria. Dopo aver fatto visita all’amica, la donna andrà a fare un giro per la città, dove avrà modo di incontrare un regista che un tempo avrebbe dovuto realizzare la trasposizione cinematografica di un suo romanzo e, in seguito, per caso, farà la conoscenza della giovane attrice Kilsoo. Tra le due si verrà a creare immediatamente una speciale alchimia.
Junhee non scrive, ormai, da molto tempo. Quasi come se avesse un blocco. Kilsoo, dal canto suo, ha deciso di smettere di recitare per “motivi personali”. Eppure, è sempre tempo per nuove idee e nuovi spunti e Junhee proporrà immediatamente alla sua nuova amica di realizzare un film insieme, dal momento che ha sempre sognato di cimentarsi dietro la macchina da presa.
La maggior parte degli incontri di Junhee, dunque, avviene in modo del tutto casuale. La donna, dal canto suo, sembra delusa da gran parte delle sue conoscenze – la sua vecchia amica non le ha mai dato un riscontro circa il suo ultimo romanzo, mentre anni prima, con il regista da lei incontrato, c’erano stati degli screzi durante la trasposizione del suo romanzo. Soltanto quando, finalmente, la donna riesce a esternare ciò che pensa, può dirsi realmente “libera” e pensare immediatamente a una nuova opera d’arte a cui dar vita.
Non vedremo mai il film che Junhee e Kilsoo girano insieme. Eppure, la cosa va in porto (grazie anche all’aiuto del nipote di Kilsoo, un giovane studente di cinema che per l’occasione fa da direttore della fotografia e che, verso la fine del lungometraggio, ci regala una breve ripresa di Kilsoo sul set che cammina a mo’ di sposa verso la macchina da presa – unica scena a colori del presente The Novelist’s Film).
Hong Sangsoo, dunque, in questa sua piccola e preziosa pellicola ci regala una potente storia circa la fugacità degli incontri, le molte possibilità a cui questi possono portare e – non per ultima – l’importanza della sincerità (in primo luogo verso sé stessi) durante la creazione di un’opera d’arte. Le immagini in bianco e nero assumono, dunque, connotazioni universali e, se non fosse per le mascherine che indicano chiaramente il periodo storico in cui il film è ambientato, fanno pensare a una storia senza tempo.
Alle mascherine, al contempo, un altro importante compito: sottolineare la difficoltà a comunicare, a comprendersi, quasi come se tra due interlocutori ci fosse un muro. Con l’aiutante della sua amica in libreria, Junhee trova interessanti spunti di conversazione attraverso la lingua dei segni. Per quanto riguarda il regista, soltanto nel momento in cui tutti sono all’aria aperta – e con le mascherine abbassate – la donna riesce a esternare il risentimento che prova nei suoi confronti.
In un giorno qualunque, a volte, la nostra vita e la percezione di noi stessi possono cambiare totalmente. L’importante è sapersi sempre lasciare sorprendere e incuriosire, persino quanto tutto ciò che si ha in mente è una tranquilla passeggiata al parco in una soleggiata giornata primaverile.

Marina Pavido

 

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