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The New Year That Never Came

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VOTO: 8,5

L’anno che verrà

Sin dal titolo originale di A est di Bucarest (2006), tra i primi film importanti della “new wave” rumena a sbarcare nelle sale italiane, un interrogativo importante cominciava ad aleggiare su questa cinematografia tanto vitale: in rumeno la pellicola di Corneliu Porumboiu si intitolava infatti A Fost sau n-a fost?, ovvero “c’è stata o non c’è stata”, frase riferita naturalmente alla Rivoluzione che nel 1989 portò, tra tante contraddizioni, alla caduta di Nicolae Ceaușescu. Anche in anni più recenti i cineasti del paese in questione hanno continuato a interrogarsi sulla portata di un simile mutamento. Trascinando sullo schermo storie collegate bene o male a quel convulso, drammatico, violento susseguirsi di eventi.
Ricordiamo ad esempio il recente Libertate di Tudor Giurgiu, dotato di una assai efficace cadenza narrativa e incentrato sulle scelte di campo nonché sulle sanguinose dinamiche degli scontri armati, che caratterizzarono quei tragici giorni. A ricordarci cosa abbia significato il dicembre dell’89 per la società rumena sopraggiunge ora un altro film, The New Year that Never Came (Anoul nou care n-a fost) di Bogdan Mureşanu, senz’altro in grado di rileggere quella pagina di Storia a un livello ancora più complesso, profondo.

Meritatamente premiato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia quale Miglior Film, nella sezione Orizzonti, The New Year that Never Came adotta una narrazione corale e un’apprezzabile molteplicità di punti di vista per raccontare gli sviluppi di “una giornata particolare” (espressione che non ci è scappata certo casualmente, stando a determinate reminiscenze cinefile), quel 20 dicembre in cui sia la capitale rumena che il resto del paese si ritrovarono, nell’arco di poche ore, sull’orlo di una Rivoluzione destinata a produrre radicali cambiamenti politici. Dissidenti o altri cittadini scontenti che ancora meditano una possibile fuga all’estero, truci membri della Securitate caparbiamente schierati a difesa dell’ordine costituito, grigi burocrati così tronfi da apparire ignari dell’ormai imminente crollo, artisti costantemente frustrati dalle “direttive estetiche” del regime, persone comuni presto destinate a essere travolte dagli eventi: centellinando sapientemente la comparsa in scena di questa varia umanità, Bogdan Mureşanu crea un vorticoso intreccio di storie capace di affrescare (la fine di) un’epoca, senza perdere un colpo in oltre due ore di minutaggio.
Come nella miglior tradizione del cinema rumeno, la macchina da presa pedina instancabilmente una miriade di personaggi, tutti affidati a interpreti credibili, estremamente naturali, quindi eccellenti. E proprio come nel memorabile lungometraggio di Porumboiu citato in apertura, anche qui vi è spazio per un’astuta, intelligente digressione metalinguistica, intrisa ovviamente di spunti satirici, con al centro le grottesche scene ambientate in uno studio della televisione di Stato; laddove, tra un imprevisto e l’altro, si vorrebbe ancora programmare il classico show di Capodanno teso a omaggiare Nicolae Ceaușescu, la sua famiglia e il regime. Ma un Capodanno del genere, lo si può facilmente intuire, non avrà più luogo. E l’incalzante opera cinematografica di Mureşanu si conclude, al contrario, con uno strepitoso montaggio di tableaux vivants dedicati, non senza qualche accento ironico, al posizionamento dei singoli personaggi all’esplodere della rivolta. Ed è il Bolero di Ravel a rendere ancora più solenne, trascinante, l’irrompere della grande Storia in un così magmatico e caleidoscopico racconto cinematografico.

Stefano Coccia

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