The Last Laugh

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Verso il “politicamente scorretto” e oltre

In Italia abbiamo avuto di recente accese polemiche riguardo alle vignette, ritenute da alcuni assai discutibili, che i francesi di Charlie Hebdo hanno pubblicato a ridosso del terremoto che ha devastato Amatrice e altre località dell’Italia centrale. Da più parti si è messa in discussione la legittimità di fare satira a partire da eventi così tragici. E l’andamento di tali discussioni si è fatto spesso condizionare, a nostro avviso, da qualche moralismo stantio e da valutazioni comunque ipocrite, tese a stigmatizzare più il “cattivo gusto” esibito dalla rivista satirica francese che il ruolo esercitato dalle istituzioni italiane, da una classe politica corruttibilissima e da imprenditori disonesti, nell’operare quelle speculazioni che hanno reso forse più apocalittico e amaro il bilancio della tragedia.
In The Last Laugh, presentato alla Festa del Cinema di Roma 2016, non si discute propriamente di satira, ma dei diversi modi (e della possibilità stessa) di fare humour su orrori di una portata persino maggiore, quale va considerato per esempio l’Olocausto. Fin dove può essere spinto il tasto del “politicamente scorretto”, quando si pensano battute o si creano sketch su campi di concentramento, camere a gas, eccidi di massa e altre nefandezze del genere?

Con passo sicuro e persino spigliato la documentarista Ferne Pearlstein ci introduce nel cuore di una questione eticamente complessa, assemblando un insieme piuttosto eterogeneo di materiali e diversificando all’occorrenza i punti di vista, ma senza perdere mai d’occhio il filo logico del discorso.
Senza un attimo di sosta si ride per battute al vetriolo e si ragiona su temi importanti, durante la visione di The Last Laugh. E ovviamente c’è tanto spazio per la memoria riproposta nelle sue varie forme. La poetica del dolore non va quindi a incastrarsi nei facili pietismi, ma si rapporta con estrema naturalezza alle testimonianze di sopravvissuti alla Shoah che ripercorrono quelle terribili circostanze attraverso incontri di tenore diverso: alcuni ripresi in una dimensione più quotidiana, altri durante le assemblee di qualche comunità ebraica e altri ancora in contesti che creano un effetto vagamente straniante, come nel caso delle due anziane che confrontano i propri ricordi facendosi portare su una gondola tremendamente kitsch dell’Hotel Venice  a Las Vegas.
Cambia la cornice, ma una domanda di fondo rimane: si può ridere di vicende così cupe, disperate, intrise di orrore? Le risposte arrivano anche e soprattutto da una serie di artisti, che, in anni magari distanti tra loro, si sono trovati a usare l’arma dell’ironia per esorcizzare lo spettro del nazismo e dell’Olocausto. Andando incontro, come è fin troppo facile immaginare, a una gamma di reazioni assai vasta, sia da parte del pubblico che delle istituzioni che degli stessi sopravvissuti. Alcuni degli interventi più consapevoli e interessanti provengono da personaggi di fama internazionale come il regista Bob Reiner o come un Mel Brooks a tratti incontenibile, sia nel rievocare le proprie esperienze d’impronta satirica che nel commentare l’operato altrui (il giudizio beffardo sul Benigni de La vita è bella ci ha strappato, inutile negarlo, un sorrisetto complice). Vengono ricordate di sfuggita altre operazioni cinematografiche o televisive che a suo tempo fecero discutere, come la popolarissima serie Gli eroi di Hogan.  Ci sono poi autentiche rivelazioni, almeno per il pubblico medio di casa nostra: su tutte le folgoranti apparizioni nei talk show d’oltreoceano della giovane Sarah Silverman, col suo umorismo graffiante, trasgressivo e spregiudicato.

Tanti sono gli aspetti della questione a essere analizzati: i toni da usare, il contesto antropologico, l’effetto che si vuole ottenere sul pubblico, il tempo stesso che usualmente deve trascorrere prima che si possa agire in modo “politicamente scorretto” nei confronti di una grossa tragedia. Difficile riassumere qui la molteplicità dei punti di vista espressi nel film. Ma un’impressione alla fine rimane: ridere di temi come le due guerre mondiali, il nazismo o l’Olocausto non va visto necessariamente come un oltraggio, come assenza di sensibilità, ma al contrario come un affermare le ragioni della vita e di un’intelligenza che si muove libera, di fronte alla crudeltà e al buio mentale di cui certi periodi storici si sono fatti carico.

Stefano Coccia

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