The Last Days on Mars

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5.0 Awesome
  • VOTO 5

Mars tuo, vita mea

Tra i film programmati a Trieste durante le giornate di Science + Fiction, The Last Days on Mars è stato senz’altro uno dei più deludenti. Di “cronache marziane” la storia del cinema di fantascienza, anche recente, abbonda, per cui non ci sembra il caso di ripercorrerla nel dettaglio, separando gli episodi realmente riusciti da quelli più deludenti. Ciascun lettore appassionato del genere avrà a riguardo le sue opinioni, nonché una classifica personale. Se dovessimo fare la nostra, di classifica, il film diretto dal regista irlandese (ma attivo a Los Angeles) Ruairi Robinson navigherebbe in zona retrocessione…

Almeno all’inizio The Last Days on Mars si presenta in maniera credibile: l’ambientazione desertica, ricavata da location giordane, risulta suggestiva e si impone come palcoscenico di una spedizione internazionale su Marte, all’interno della quale cominciano a cogliersi le prime tensioni. Lo stesso cast del film si rapporta bene a un clima di aurorali paranoie, che volti come quelli di Liev Schreiber, Elias Koteas e Romola Garai incarnano con discreto carisma. La loro missione scientifica è agli sgoccioli e a breve dovrebbe tornare sulla Terra. Ma uno dei componenti, dopo aver individuato segnali di vita in una zona lontana dalla navicella, ha la pessima idea di prendere l’iniziativa e andare a controllare di persona. Si sa che le forme di vita aliene incontrate in situazioni analoghe non hanno quasi mai, nei film, l’aspetto di chi vorresti invitare a casa all’ora del the. E i singolari parassiti in cui si imbatteranno gli sfortunati astronauti non valgono certo come eccezione.

L’escalation orrorifica cui va incontro il lungometraggio di Ruairi Robinson, però, avrebbe potuto essere gestita di gran lunga meglio. Azioni incoerenti e talvolta decisamente idiote da parte dei protagonisti si alternano a paurosi (questi sì) rallentamenti del ritmo narrativo, dando luogo a un curioso fenomeno: al termine della proiezione, confrontandoci con altri accreditati, abbiamo scoperto che era interesse comune valutare quante nazionalità c’erano a bordo della navicella, concentrando l’attenzione sui caschi delle tute spaziali con relative bandierine.
Se l’occhio si fissava su questo, se ne può dedurre che la trama in certi momenti non offrisse molto di più.

Stefano Coccia

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