The Killing Season

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7.0 Awesome
  • voto 7

Un filo rosso (sangue)

Il Noir in Festival 2016, anche nella nuova veste lombarda, non ha rinunciato a presentare nel proprio cartellone, al fianco delle pellicole in concorso, degli omaggi e dei romanzi di genere in corsa per il prestigioso premio Scerbanenco, una sezione interamente dedicata alla serialità per il piccolo schermo battezzata TV Noir. Tra le quattro serie protagoniste di questa 26esima edizione della kermesse diretta da Giorgio Gosetti e Marina Fabbri ha trovato spazio The Killing Season che, dopo l’assaggio al festival comasco-meneghino, approderà sugli schermi nostrani a partire dal 22 gennaio 2017 su Crime+Investigation, canale 118 di Sky.
Sono due gli elementi che hanno attirato la nostra attenzione, tanto da convincerci a dedicargli uno spazio nonostante la serie non sia ancora andata in onda. Il primo è la presenza del pluripremiato Alex Gibney nelle vesti di produttore esecutivo, che ne certifica la natura autoriale e non quella dozzinale di bassa caratura che abbonda nel tubo catodico. Il secondo è ovviamente il plot che di seguito vi riportiamo. Ci sono casi molto difficili da dimenticare. Macabri omicidi irrisolti che ancora oggi a distanza di anni, continuano a fare paura. Assassini ancora a piede libero, forse pronti a colpire di nuovo, e una coppia di filmmaker, Josh Zeman e Rachel Miller, decisa a seguire le loro tracce per provare a incastrarli. Insomma, una vera e propria caccia all’uomo senza filtri in più tappe. Nella fattispecie si indaga sul serial killer di Long Island, meglio conosciuto come Lisk, responsabile dell’omicidio di almeno dieci giovani ragazze.
Cinematograficamente parlando la mente torna per analogie e punti di contatto allo Zodiac di David Fincher, dove il regista statunitense rievocava le gesta truculente e sanguinarie di un assassino seriale denominato Killer dello Zodiaco, che durante gli anni Sessanta e Settanta sconvolse San Francisco, e la cui identità è ancora sconosciuta. Nel caso di The Killing Season le lancette dell’orologio si spostano diversi anni dopo, per la precisione al dicembre 2010, mese e anno in cui vennero ritrovati dagli inquirenti i cadaveri delle dieci vittime. Anche qui l’identità del responsabile è ancora sconosciuta, con la caccia al carnefice portata avanti da qualcuno che per mestiere non fa l’investigatore o il detective, ma il filmaker nel caso della serie diretta da Zeman e Miller o il vignettista in quello del film del 2007. Ma a parte queste analogie, le differenze tra Zodiac e The Killing Season sono sostanziose è facilmente rintracciabili, a cominciare dal fatto che nel secondo caso ci troviamo al cospetto di un prodotto per il piccolo schermo in più puntate e di stampo documentaristico, non di un lungometraggio di finzione destinato alle sale.
Quanto visto nella prima delle otto puntate, offerta in anteprima al Noir in Festival, è stato più che sufficiente a fornirci gli strumenti necessari per un’analisi critica. Lo studio dei sessanta minuti del pilota, infatti, bastano e avanzano per metterne a nudo e a fuoco pregi e difetti. Ciò sul quale non ci si può pronunciare è l’efficacia o no dell’epilogo, data dalla potenza del colpo di scena inflitto al pubblico quando tutte le carte saranno finalmente scoperte. Poco male, un elemento di giudizio in meno, ma tanto non ne avremmo comunque parlato per non togliere ai futuri spettatori della serie il diritto alla scoperta. Per quello bisognerà giocoforza attendere l’anno prossimo e l’ultima puntata. Per il resto, crime e serial-thriller sono gli ingredienti del menù, mescolati per dare origine a uno show live in differita dallo stile cinematografico, teso, drammatico e molto curato, con il ritmo del montaggio da reportage d’assalto e la musica tambureggiante ad alzare in maniera esponenziale il livello di coinvolgimento del fruitore.
Sulla carta, The Killing Season ha nel proprio DNA tutti gli ingredienti tipici del cosiddetto factual, ossia quel mix senza soluzione di continuità di realtà e documentazione in presa diretta che nelle ultime stagioni ha visto registrare un vero proprio boom, generando una proliferazione nei palinsesti di tutte le latitudini. Le regole alla base del neonato filone sono piuttosto chiare, ciononostante molti fruitori continuano a fare confusione, andando a gettare erroneamente il filmato di turno in quel gigantesco pentolone chiamato reality, dove vanno a finire tutti quei prodotti audiovisivi senza fissa dimora, ai quali non si riesce a dare una precisa collocazione. Per sicurezza andiamo a rispolverare l’esatta definizione e gli ingredienti caratteristici del suddetto sottogenere, anche perché utile come vedremo ai fini dell’analisi critica della serie diretta a quattro mani da Rachel Mills e Joshua Zeman. Per farlo andiamo a ripescare la definizione data qualche anno fa su Il Fatto Quotidiano dal collega Axel Fiacco: “Si possono definire factual tutti quei programmi che raccontano la realtà (più o meno) così com’è, senza filtri, senza artifici, senza regole manipolatorie. Nei factual non ci sono i meccanismi “da gioco” dei reality o dei talent: non ci sono nomination, eliminazioni, giurie, regole e tutte quelle cose lì. Non si chiudono delle persone da qualche parte imponendo loro di fare delle prove buffe o assurde per guadagnare una porzione più generosa di cibo. Non ci sono aspiranti-qualcosa che si esibiscono sotto lo sguardo di capricciosi giudici sperando di diventare famosi in un qualche campo. In genere, non si vince addirittura nemmeno niente. Nei factual si punta lo sguardo su una porzione di realtà e ci si limita a osservare quel succede. In alcuni casi questa osservazione è, per così dire, “allo stato puro”, senza nessun tipo di intervento o interferenza esterna: è questo il caso delle cosiddette docu, che raccontano “in presa diretta” le vicende di una persona o di un gruppo omogeneo di persone“.
Rinfrescare la mente non fa mai male e in questo caso ci serve anche per fare chiarezza sulla vera natura di una serie come The Killing Season. Già dalla prima puntata è fin troppo evidente che il modello di riferimento e il  modus operandi seguito dai due autori nella fase di progettazione e realizzazione sia proprio quello del factual. Tutte le tracce portano lo spettatore al sottogenere in questione, eppure c’è qualcosa che non torna e quel qualcosa riguarda una possibile manipolazione della realtà stessa da parte degli autori. Sottolineiamo la parola possibile, perché si tratta di una nostra sensazione e non di una certezza che può trovare un effettivo e immediato riscontro. Davanti a certe dinamiche impresse sulla timeline, il sospetto che vi sia stata una scrittura a tavolino più o meno invasiva che violerebbe di fatto una delle regole base del suddetto genere, ossia il non ricorso a una manipolazione, è accresciuto sempre di più mano a mano che si giungeva alla conclusione del pilota. Non mettiamo in discussione la veridicità degli eventi narrati e mostrati in The Killing Season, ma che il fatto che non vi sia stata una qualche forma di costruzione drammaturgica si. Questo ci spinge a non ritenerlo un prodotto factual al 100% e a farci pensare che si tratti, in realtà, di una docu-fiction a puntate, tra l’altro di buona fattura, soprattutto dal punto di vista della confezione. Del resto, la presenza di Alex Gibney nei credits non poteva che essere un sinonimo di qualità, per non dire una certezza. Dunque, quello di Zeman e Miller ci sembra un incrocio riuscito tra The Killer Speaks e The First 48.

Francesco Del Grosso

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