The Haunting of Bly Manor

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Amore e tempo

 L’horror, tra i vari generi della narrativa, è forse quello che più si presta alla contaminazione ed al fungere da base per poi raccontare storie diverse. Certo, un horror che non spaventa difficilmente verrà definito riuscito, ma lo spavento da salto sulla sedia non è l’unica reazione auspicabile nello spettatore. Una sottile e crescente inquietudine è un risultato tutt’altro che disprezzabile. Tenere lo spettatore avvinto in una continua tensione emotiva fino al finale dimostra una capacità di equilibrio ed una padronanza del mezzo notevoli in un autore. Lo scrittore Henry James era uno di quegli autori che hanno dimostrato di possedere queste notevoli capacità. Il suo racconto “Il giro di vite” ben lo dimostra. Un altro autore che in tempi più recenti ha dimostrato notevoli capacità è Mike Flanagan. Il regista americano, vero specialista dell’horror, parte dal lavoro di James ed in particolare dal racconto sopra-citato per la seconda stagione della sua serie antologica The Haunting. Dopo Hill House è ora la volta di Bly Manor.

Sfruttando le sue capacità e conoscenze Flanagan sa bene come impiegare l’horror come habitus per le sue storie. Qui la veste di genere avvolge una commovente storia d’amore e sull’amore, come dichiarato, tra l’altro, esplicitamente in un dialogo nel finale. È l’amore in tutte le sue declinazioni, positive e negative, il vero centro della narrazione, nella quale l’orrore fa piuttosto capolino per riprendere il sopravvento solo nel finale. E tuttavia l’autore non riesce a replicare perfettamente la buona riuscita della serie precedente. La fattura è sempre raffinata, molto curata e testimonia la grande cultura del regista in materia. Il cast, in gran parte ripreso dalla serie precedente si dimostra all’altezza, in particolare la protagonista Victoria Pedretti. Epperò si ha un senso di ipertrofia nella trama, dato dai molti fili dipanati durante la narrazione e che non tutti vengono riannodati nel finale. Anche l’idea di riprendere la struttura della serie precedente dedicando interi episodi ai singoli personaggi per approfondirli pare un po’ troppo e non pienamente riuscita. Questo, unito ad un ritmo compassato crea una piccola fase di stanca a metà della serie che viene poi superato negli ultimi tre episodi. Insomma una durata leggermente inferiore ed una maggiore focalizzazione sulla storia centrale sarebbero forse stati preferibili, ma la serie resta egualmente molto godibile.
Anche se  non riesce a replicare completamente l’ottimo lavoro precedente, Flanagan qui dà ulteriore prova di essere un autore colto, raffinato e di grandi mezzi espressivi, perfettamente in grado di gestire la contaminazione dei generi per piegarli felicemente ai suoi intenti narrativi e venendo, pertanto, a creare una serie capace di risultare godibile e per gli appassionati del genere e per novizi e curiosi semplicemente in cerca di una bella storia che li emozioni e li lasci, una volta finita, in un persistente stato di grazia.

Luca Bovio

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