The Body Confession

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Perdersi e ritrovarsi a Busan

Negli ultimi anni, vedi l’adrenalinico Train to Busan di Yeon Sang-ho, il cinema coreano ha reso omaggio (se così si può dire…) ai collegamenti ferroviari tra questa importante città e la capitale Seoul, immaginando che sui binari viaggiasse anche una pressoché inarrestabile epidemia di zombi. Un tempo, però, ad essere “zombificata” era l’intera popolazione della Corea del Sud, ben presto anestetizzata dal tetro conformismo sociale e dalle severe forme di controllo del regime militare, impostosi attraverso un golpe e sempre pronto a reprimere con la forza il dissenso. In una appassionante pellicola del 1964 riproposta quest’anno al Far East Film Festival, The Body Confession (Yukche-ui gobaek) del defunto regista Jo Keung-ha, ritroviamo pertanto quelle stesse stazioni ferroviarie quale epicentro di dolorose separazioni e attesissimi ricongiungimenti, in atmosfere da mélo non disgiunte comunque da elementi di critica sociale i cui sottotesti politici erano destinati, con ogni evidenza, ad indispettire i generali al potere.

Un bell’inizio, quindi, per la retrospettiva che ha debuttato al Cinema Centrale (location che quest’anno sostituisce il Visionario) venerdì 26 aprile, poco prima che al Teatro Nuovo avesse luogo l’inaugurazione vera e propria del Far East Film Festival 2019. Quella curata da Darcy Paquet è per l’appunto Una retrospettiva per i 100 anni del cinema coreano. “Ho scelto il male” – I fuorilegge sotto la dittatura militare, tesa a sondare attraverso un’accorta selezione di titoli quei malumori, quel desiderio soffocato di trasgredire gli ordini ricevuti, quei sotterranei moti di ribellione che riuscivano talvolta ad affiorare proprio tramite il cinema di genere.
Ad introdurre l’opera e la rassegna stessa una piccola delegazione con in sala la figlia del compianto cineasta, che oltre ad accennare alle traversie cui andò incontro il film ci ha tenuto ad inquadrarlo tra i preferiti del padre. Avendolo visto, la cosa non ci sorprende. The Body Confession è in effetti un melodrammone robusto, elegante nei suoi chiaroscuri e formalmente molto curato, ma anche diretto al momento di esprimere le tormentate vicissitudini dei protagonisti. Centrale è senz’altro la figura della “Presidente”, soprannome dato dai tanti ammiratori a una fascinosa per quanto claudicante signora che fa il bello e il cattivo tempo, nel sordido nightclub che la ospita, provando però nei confronti delle tre figlie mandate a studiare nella capitale un tale senso di vergogna per la propria esistenza dissoluta, da aver fatto credere loro di essere in realtà la titolare di una rispettabilissima boutique in centro. Certe verità sono però destinate a venir fuori nel peggiore dei modi.

Un po’ madre amorevole dai trascorsi che appariranno via via più toccanti, un po’ dark lady degna di qualche noir americano del decennio precedente, l’orgogliosa signora Presidente è la chiave di volta di un racconto cinematografico ricco di risvolti interessanti: quasi un Matarazzo d’oriente, per l’enfasi posta sulle svolte melodrammatiche e sulla straziante conclusione della storia, Jo Keung-ha non si limita infatti a questo. Pure dal versante stilistico The Body Confession appare opera di pregevole fattura. Se il gioco di luci e ombre sui volti talora replica, fotograficamente, le raffinate soluzioni dei film di un Siodmak, di un Sirk, di un Lang, alcune scene drammatiche filmate di notte sull’orlo della scogliera, con una giovane donna costretta a subire violenza, possiedono la forza espressiva del cinema giapponese coevo. A un così vario e convincente impianto formale corrispondono peraltro scelte narrative non meno diversificate: se nell’epilogo i toni da mélo risultano caricati all’inverosimile, rischiando di sbilanciare un po’ troppo il lungometraggio, vi sono per fortuna altri punti di fuga lungo l’arco narrativo, che propongono di volta in volta piccole scene di alleggerimento, ad esempio l’agire dei tre uomini che corteggiano le figlie della protagonista descritto a sprazzi con toni da neorealismo rosa, come anche improvvise sterzate verso un linguaggio più drammatico, d’impronta quasi cronachistica, allorché due di quei pretendenti (coloro che si riveleranno più di buon cuore, tra l’altro) restano seriamente feriti per aver partecipato a una celebre e sfortunata manifestazione giovanile contro il governo, subito repressa nel sangue. Ed è qui, oltre che nella lucida analisi delle differenze di classe e comportamentali dei personaggi maschili, che un film come quello diretto da Jo Keung-ha alla valenza di sapido intrattenimento popolare ne aggiunge un’altra, che potremmo anche definire politica, di denuncia.

Stefano Coccia

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