Train to Busan

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8.0 Awesome
  • voto 8

Chi si ferma è perduto

È stata una delle grandi sorprese di Cannes 2016 e proprio sulla scia dell’entusiasmo dell’anteprima mondiale nel fuori concorso della kermesse francese, Train to Busan è sbarcato all’11esima edizione della Festa del Cinema di Roma, dove ha letteralmente conquistato il cuore del pubblico e degli addetti ai lavori, compreso il nostro. E come poteva essere altrimenti visto il ricco menù portato sullo schermo da Sang-ho Yeon, che coloro che non hanno avuto l’opportunità di farne indigestione durante l’evento capitolino potranno recuperare durante la sei giorni del 16esimo Trieste Science+Fiction Festival o nella primavera del 2017, quando uscirà nelle sale nostrane con la Tacker Film.
Il motivo di un simile successo non è tanto difficile da spiegare, perché alla base della sua ricetta non vi è alcun ingrediente segreto, o meglio nulla che non si possa individuare a una prima e fugace lettura analitica del progetto. È sufficiente la fruizione per rimanerne conquistati, poiché nelle quasi due ore di visione il film materializza sul grande schermo uno show orrorifico di altissimo livello, fatto di ritmo sostenuto ed effetti speciali di forte impatto, capace di alternare agli stilemi e ai caratteri tipici dello zombie-movie, tutto sangue e anfratti, una travolgente dose di humour nero, con situazioni divertenti e battute sarcastiche che si fanno largo nella classica macelleria. Ed è su questi due binari che si sviluppa il plot di Train to Busan, decisamente esile e basilare nella sua costruzione, ma efficacissimo nella successione delle dinamiche e sorprendente nel modo in cui queste vengono traslate sullo schermo. Ci troviamo alle prese con l’ennesimo virus non identificato che si diffonde velocemente nel Paese, che in questo caso è la Corea del Sud, dove il Governo è costretto a dichiarare la legge marziale. Le persone che si trovano su un treno per Busan, città che è riuscita ad arginare l’epidemia con successo, devono combattere per la propria sopravvivenza. Da Seoul a Busan sono 453 km: l’unico modo per rimanere vivi è salire su quel treno.
Apparentemente, ma solo per coloro che sono abituati a fermarsi alla mera superficie, Train to Busan si presenta come il più tradizionale prodotto di intrattenimento a buon mercato per gli appassionati del filone, che oltre a svolgere un compito squisitamente ludico non si scomoda ad approfondire temi o argomentazioni rilevanti da un punto di vista drammaturgico. Beh, credeteci non è affatto così. L’intrattenimento è ovviamente l’obiettivo primario da raggiungere, ma il messaggio (non la morale) della quale la pellicola si è fatta carico nell’arco della timeline non è un fattore secondario da tralasciare assolutamente. Come accade spesso, il cinema di genere e gli autori che nei decenni ne hanno saputo sfruttare l’enorme potenziale intrinseco, si è fatto strumento di veicolazione di tematiche dal peso specifico non indifferente. In tal senso, restringendo la cerchia allo zombie-movie, pensate a quanto argomentato da Romero nella sua celeberrima saga dedicata ai morti viventi ad esempio in tema di politica o capitalismo. Pur mantenendo le giuste distanze del caso dalle pietre miliari romeroiane, anche quello del collega asiatico è a suo modo un film politico, anche se c’è chi ne vede solamente l’aspetto commerciale, nelle cui arterie drammaturgiche e narrative scorre un chiaro e per niente velato attacco al capitalismo imperante che ha ormai fagocitato la Società odierna, non solo quella sudcoreana che fa da sfondo al film. Siamo coscienti che un’opera come questa sia più vicina per DNA al dittico 28 giorni dopo e 28 settimane dopo, o ai vari World War Z, REC e Quarantena, piuttosto che ai capostipiti del genere firmati dal maestro statunitense, che meglio di chiunque altro ha saputo caricare di sostanza il genere di riferimento, ma nemmeno si può ridurre un film come questo a un blockbuster di sola forma, svuotato completamente di qualsiasi contenuto (la stessa posizione che riteniamo si possa sostenere anche per La Horde di Yannick Dahan e Benjamin Rocher).
La mattanza mostrata in Train to Busan, infatti, è per Sang-ho Yeon un’occasione per puntare il dito ed esprimere il proprio punto di vista sul suddetto tema, usando il genere e la sua spinta popolare per arrivare a più gente possibile. Di fatto, non bisogna scavare troppo in profondità nello script e nalla sua trasposizione per imbattersi in una più che cristallina metafora, quella del capitalismo che arriva a auto-cannibalizzarsi, senza risparmiare niente e nessuno. Il tutto va in scena nei vagoni di un treno ad alta velocità che attraversa da parta a parte il Paese, congiungendo i due cuori pulsanti dell’economia sudcoreana, ossia Seoul e Busan. A bordo vi sono alcuni esponenti, tra cui il protagonista, un gestore di fondi con figlioletta al seguito. Lui, come tanti altri, è l’identificazione del carnefice di turno, che si trova faccia a faccia con quelle che un giorno (se non lo sono già state) potrebbero diventare le vittime di un Sistema capitalistico spietato, che non ha problemi a divorarti in un solo boccone. Ebbene, nel film di Sang-ho Yeon queste potenziali vittime diventano a loro volta carnefici, morso dopo morso, km dopo km, sotto forma di zombi famelici e rabbiosi. Ma non sono gli unici, perché la rivolta è totale ed è tutta la nazione, colpevoli e innocenti, ha pagarne le conseguenze.

Francesco Del Grosso

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