The Bra – Il reggipetto

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8.0 Awesome
  • VOTO 8

Un treno chiamato amore

Le parole contano e al cinema rappresentano un elemento indispensabile per non dire determinante ai fini narrativi e drammaturgici. All’alba dei tempi della Settima Arte, prima che il sonoro entrasse a gamba tesa spazzando via la gloriosa e indimenticabile stagione del muto, i registi e gli sceneggiatori ne avevano giocoforza dovuto fare a meno, ciononostante l’assenza non ha, come sappiamo e potuto constatare con i nostri occhi grazie alle innumerevoli pietre miliari dell’epoca, pesato in nessun modo sul risultato finale, tant’è che siamo ancora qui a ricordarle a decenni di distanza. Poi c’è chi coraggiosamente ha tentato e con successo, anche successivamente all’anno zero del muto, tentato ostinatamente di non avvalersi dei dialoghi, continuando a puntare sulle didascalie o sui soli effetti sonori, vedi ad esempio il Chaplin di Tempi moderni o lo Jacques Tati di Le vacanze di Monsieur Hulot, così come il Mel Brooks di Silent Movie (in cui, simbolicamente, l’unica parola del film è pronunciata dal mimo Marcel Marceau) e più di recente Juha di Aki Kaurismäki, Three Times di Hou Hsiao-Hsien e ovviamente il pluridecorato The Artist di Michel Hazanavicius, ai quali si va ad aggiungere anche Tuvalu di Veit Helmer. Quest’ultimo, in particolare, sulla scia dei buoni riscontri e dei tanti riconoscimenti raccolti nel circuito festivaliero con la pellicola del 1999, in cui si raccontava una storia d’amore completamente priva di dialoghi con l’atmosfera che veniva creata dalle musiche del compositore francese Cyril Morin, ci ha voluto riprovare. E il risultato, che abbiamo potuto ammirare nel corso della decima edizione del Bif&st, per quanto ci riguarda gli ha dato ancora una volta ragione.
Rimanendo nel recinto della commedia sentimentale, il cineasta tedesco replica il medesimo modus operandi nel suo nuovo lungometraggio dal titolo The Bra, presentato nella sezione “Panorama Internazionale” della kermesse pugliese dopo l’anteprima mondiale al Tokyo International Film Festival 2018. E anche in questo caso, il volere fare a meno della componente dialogica non è stato un vezzo fine a se stesso, così come il filmare in 35mm, ma uno strumento per accentuare e assecondare il mood favolistico, poetico e surreale dell’opera. Della serie «non abbiam bisogno di parole…». E, infatti, delle parole Helmer riesce senza particolari difficoltà a fare a meno, puntando tutto sul sound design, sui versi glottidali, i gesti, i silenzi, gli sguardi e le espressioni, oltre che sulle note avvolgenti del sodale Morin. Le musiche, in tal senso, svolgono un duplice compito: da una parte quello tradizionale di accompagnamento, dall’altra quello di aiutare la scrittura e la messa in quadro a rappresentare tanto gli stati d’animo dei personaggi quanto a identificare le fasi del racconto.
Con il suddetto bagaglio l’autore riesce con grandissima efficacia a bypassare l’ostacolo linguistico, trasformando tale assenza in una fonte di arricchimento e non di impoverimento. Su queste basi che (ri)danno al corpo dell’attore la centralità che merita e sul modello di una rielaborazione personalissima di Cenerentola, Helmer costruisce l’architettura narrativa, drammaturgica e il tono del film, nel quale troviamo missate le tracce del cinema di Kaurismäki e di Kusturica. Ambientato sulle montagne dell’Azerbaigian, The Bra ci porta al seguito di un macchinista prossimo al pensionamento che trova un reggiseno blu impigliato nei congegni del treno durante il viaggio tra i quartieri della città di Baku e decide di andare alla ricerca della persona a cui appartiene. Non un regno, tantomeno un principe azzurro e un’aspirante principessa, dunque, ma un reggiseno al posto della celebre e ambita scarpetta di vetro a fare da elisir d’amore per colmare un vuoto sentimentale e per sfuggire alla solitudine.
Il risultato è una tragicommedia leggera come una piuma che regala copiose dosi di uno humour intelligente e ricco di gang divertentissime, a cominciare dalle visite porta a porta del protagonista per cercare la legittima proprietaria dell’indumento. Uno humour che cresce in maniera esponenziale anche grazie alla performance corale di un cast ben assortito di anti-divi come Miki Manojlović, Paz Vega, Chulpan Khamatova, Denis Lavant e Maia Morgenstern.

Francesco Del Grosso

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