Saf

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

La tragedia di un uomo tranquillo

Prima di avventurarci in un’analisi più o meno esaustiva e condivisibile da un punto di vista critico della pellicola in questione, fondamentale questa volta più che mai è partire dal titolo con il quale l’autore ha deciso di battezzarla. Il motivo sta nel fatto che ci troviamo a fare i conti con una sola e breve parola che raccoglie in sé una molteplicità di significati e di chiavi di lettura. Dizionario alla mano, infatti, il termine “saf” si può tradurre in folle o puro, ma anche come prendere le parti. Con e attraverso di essa, Ali Vatansever riesce a riassumere in maniera perfetta il disegno caratteriale del protagonista, la sua one-line e il destino al quale andrà in conto.
Proprio questa molteplicità di significati rappresenta il bagaglio drammaturgico, narrativo e tematico dell’opera seconda del cineasta turco, qui alle prese con un tragedia umano e familiare che apre i propri orizzonti a un dramma a sfondo sociale che pur se geolocalizzato ha in sé un DNA universale. In Saf, presentato nella sezione “Panorama Internazionale” della decima edizione del Bif&st, Vatansever ci catapulta nel distretto di Fikirtepe, nella parte asiatica di Istanbul, un’area che sta subendo delle enormi trasformazioni urbane. Prima area occupata da abusivi, nella zona è ora in corso una completa ricostruzione, con nuove case ed edifici commerciali. Il ventottenne Kamil vive lì con sua moglie, Remziye. Lui è rimasto a lungo disoccupato, mentre lei presta servizio come governante per una ricca famiglia. Incapaci di far quadrare i conti, rischiano di perdere la casa. Il loro povero quartiere ospita anche dei rifugiati siriani, anch’essi in pericolo, poiché l’inarrestabile urbanizzazione sta distruggendo gli edifici deserti usati come rifugi. Oppresso dai pesanti problemi economici, e contrariamente ai suoi principi, Kamil inizia segretamente a lavorare come conduttore di ruspe in una delle aree di costruzione che stanno distruggendo il suo paese. Come se non bastasse accetta un salario più basso, tanto quanto quello riservato ai rifugiati siriani, rubando così il lavoro ad uno di loro. Questo, naturalmente, scatenerà dei conflitti nella zona, soprattutto quando i suoi colleghi turchi verranno a saperlo. Pian piano, lo stress del lavoro e il nuovo ambiente cambieranno Kamil, e questo è evidente anche nel suo rapporto con Remziye, che, quando lui scomparirà improvvisamente, dovrà affrontarne le conseguenze.
Già dalla lettura della sinossi si evince di quale carico di argomentazioni impegnative si sia fatto carico il promettente regista turco (dall’urbanizzazione feroce alla crisi lavorativa, dall’odio razziale all’incapacità dell’essere umano di restare tale quando si deve scontrare con i “mostri” che lo circondano o che ha dentro di sé, che lo costringono a schierarsi con la forza da una parte o dall’altra della barricata) che poi in gran parte sono le stesse con le quali si erano confrontati prima di lui i colleghi asiatici Yeo Siew e Nig Ying nei rispettivi A Land Imagined e To Live and Die in Ordos. Ciò che ha consentito loro di mantenere il controllo, garantendo alla scrittura del racconto un equilibrio e una maggiore solidità strutturale, è stato il filtro del cinema di genere, fattore al quale Vatansever ha deciso di rinunciare a priori per dare vita ad un dramma nella sua espressione più letterale. Il risultato è un’opera che ha tanto da dire e da mostrare, ma che al fotofinish si dimostra incapace di gestire alla perfezione tutto il peso specifico che si è caricata sulle spalle. Ciò che emerge dalla fruizione è una profonda frattura nella timeline dalla quale sono nate due parti ben distinte e dalla resa diametralmente opposta in termini di efficacia: una prima più compatta e scorrevole che racconta la lotta per la sopravvivenza quotidiana di un uomo e della sua famiglia, con molti momenti di tensione a fare da termometro emotivo, dall’altra quella di una donna che cerca disperatamente giustizia e verità dopo la scomparsa di suo marito. Ed è qui che, pur mantenendo una discreta intensità emozionale (vedi le scene dell’obitorio e della sala colloqui del carcere), il film perde quella compattezza drammaturgica e quella scansione ottimale del ritmo che invece ha dato i suoi frutti nel primo atto.
Sul giudizio complessivo di Saf pesa dunque questa spaccatura, che genera a sua volta una mancanza di continuità. L’esito non è purtroppo omogeneo e ciò dispiace moltissimo vista la qualità di molti elementi, come ad esempio la recitazione e la regia.

Francesco Del Grosso

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