Techno, Mama

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9.0 Awesome
  • VOTO 9

Troppo amore

Nato nel 1990 a Vilnius, Saulius Baradinskas è un regista di cinema e video musicali che lo hanno reso famoso in tutta l’area dei paesi baltici. Due linguaggi, questi, che nelle produzioni audiovisive che portano la sua firma spesso e volentieri si mescolano senza soluzione di continuità, dando forma e sostanza a opere stilisticamente ibride, nel quale il rigore formale incontra un approccio più pop e avanguardistico, dove la pulizia o la fissità incontrano un’estetica più impattante e una cinetica più esasperata. Il ché genera opere multiformi e camaleontiche, capaci di cambiare pelle e DNA o con più anime che coesistendo si alternano nel corso della timeline. Un incontro che non si traduce mai in un conflitto, ma in un’opportunità e in una fonte di arricchimento sul quale il regista lituano può contare in qualsiasi momento. In tal senso Techno, Mama, il suo ultimo cortometraggio, è uno specchio che riflette in maniera cristallina tale visione, approccio e modus operandi.
Dopo l’anteprima nella sezione “Orizzonti” della 78esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e il passaggio in numerose kermesse dove ha raccolto importanti riconoscimenti (tra cui quelli per il miglior film al Trieste Film Festival, Maremetraggio, Cottbus e al Seeyousound di Torino), Techno, Mama ha fatto tappa in quel di Porto Santa Stefano, lasciando un’impronta indelebile sullo schermo dell’arena a cielo aperto della quinta edizione del Pop Corn – Festival del Corto. Ed è proprio nel corso della tre giorni della kermesse toscana dedicata alla produzione breve che abbiamo avuto la possibilità di vedere l’ultima fatica dietro la macchina da presa del cineasta lituano.
Techno, Mama è incentrato sull‘adolescente Nikita (il bravissimo Motiejus Aškelovičius) all‘inseguimento del suo sogno ‘techno’; in realtà la madre è la vera presenza ‘techno’ nella sua vita. Il film è un saggio che esplora due generazioni lituane incapaci di trovare il modo per amarsi. Una storia di ragazzi ai quali è mancata l‘infanzia perché i loro sogni si sono infranti nei cortili urbani post-sovietici. La pellicola è il capitolo travagliato di un romanzo di formazione, quello di ragazzi alle prese con la ricerca disperata di un’identità e di un futuro ancorato drammaticamente a un presente senza sogni e prospettive. Ma è al contempo anche il punto di contatto e rottura di un legame biologico che porta diritto all’implosione di un conflitto generazionale tra una madre e il proprio figlio che potrebbe essere uno strappo definitivo o l’inizio di qualcosa.
Il tutto si traduce in un film fatto di corpi, incorniciato in un aspect ratio 1:1 che sottolinea la centralità del personaggio. Un film intenso e doloroso, fatto di urla e non detti, musica techno e silenzi assordanti, luci psichedeliche e immagini glaciali e spietate che restituiscono caos e realismo. Un film che lascia un segno nel mente, nel cuore e soprattutto nella retina dello spettatore.

Francesco Del Grosso

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