Spiritwalker

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Ritorno in me

Un uomo perde la memoria e si risveglia nel bel mezzo di un incidente in auto nel corpo di qualcuno che non riconosce, senza sapere di chi si tratti. Presto capisce che il suo spirito è bloccato in un altro corpo e ogni 12 ore si trasferisce in uno nuovo. Alla disperata ricerca di se stesso, incontra una donna che afferma di conoscerlo. Mentre il mistero s’infittisce, s’imbatte in un’organizzazione segreta che sembra dargli la caccia. Prima che sia troppo tardi, deve trovare il modo di ritornare nel suo corpo.
Spaziamo subito via dalla mente del lettore il pensiero che quella con la quale abbiamo aperto non è la sinossi di un nuovo film di Christopher Nolan, anche perché l’annuncio sarebbe stato in pompa magna. Nonostante si tratti di un plot nel quale si possono rintracciare dinamiche familiari e tematiche chiave del cinema nolaniano, quello in questione altro non è che il racconto su e intorno al quale ruota e si sviluppa Spiritwalker, l’opera seconda di Yoon Jae-keun presentata nella sezione “Neon” del 21° Trieste Science + Fiction Festival.
Il regista e sceneggiatore sudcoreano cuce i fili di una storia che ha molti punti in comune con quelle che puntualmente è possibile incontrare nelle pellicole del più quotato collega britannico, motivo per cui la mente dello spettatore trova di default delle corrispondenze e agisce di conseguenza. Il ché non gioca di certo a suo favore, al contrario è un’arma a doppio taglio estremamente affilata con la quale è facile farsi del male. Per fortuna sua e nostra, al netto di analogie e strizzate d’occhio, quello firmato da Yoon Jae-keun è comunque un fanta-thriller in salsa action che riesce a camminare con le proprie gambe grazie a un intreccio narrativo ben orchestrato e un impianto tecnico degno di nota. Ma questo ormai non dovrebbe più fare notizia data l’altissima qualità espressa in questi anni dalla cinematografia sudcoreana e i risultati raggiunti dai suoi esponenti dentro e fuori dai confini nazionali. Spiritwalker dal canto suo si regge su un plot basic e non particolarmente originale, che vede lo smemorato di turno alla ricerca della propria identità perduta chissà dove (in questo caso in chi), che finisce in un affare più grosso di lui mentre tra mille peripezie tenta di recuperarla. Ce la farà il protagonista a rimettere tutti i tasselli del mosaico al posto giusto? Alla visione l’ardua sentenza.
Il cineasta asiatico riesce tuttavia a costruire un’architettura a scatole cinesi efficace non tanto sul piano mistery, bensì sul ritmo e sul livello di coinvolgimento che la fruizione è in grado di garantire. Il film mostra i denti quando dalle parole si passa ai fatti e l’intrattenimento prende il sopravvento, con la confezione tecnica e la padronanza della macchina da presa da parte del regista che si esprime al meglio nelle scene d’azione che da sole valgono il prezzo del biglietto (su tutte l’irruzione finale nel club e il corpo a corpo nell’appartamento). L’uso chirurgico della steadycam disegna coreografie nello spazio, unendo l’estetica a uno show marziale e balistico che lascia il segno e inietta nelle vene dello spettatore una dose abbondante di adrenalina.

Francesco Del Grosso

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