Absolute Denial

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Un moderno Prometeo

Che cosa si prova ad essere il punto di inizio ed il termine di un universo? Che cosa si prova ad essere Dio? Una domanda alla quale non si può dare una risposta certa, solo ipotesi. È ciò che ha fatto e fa la filosofia; come anche la letteratura. Nella filosofia forse uno degli esempi migliori è il pensiero di Hegel. Nella letteratura l’esempio migliore è forse Frankenstein. Il giovane regista inglese Ryan Braund presenta in concorso al Trieste Science + Fiction 2021 la sua personale riflessione con un lungometraggio a disegno animato, Absolute Denial, al quale ha lavorato in solitudine pressoché completa per mesi, finendo così per definire sé stesso come allegoria del proprio lavoro, o viceversa, in quello che appare un vero e proprio cortocircuito logico e creativo. In una estetica definita dal suo stesso autore come grunge, la quale contribuisce a creare un’atmosfera fantasmatica all’interno della pellicola, Braund ci parla di una delle grandi ossessioni della scienza e fantascienza moderne, l’intelligenza artificiale. La parola ossessione, ciò che significa, ha un ruolo ben più imprtante di quello che si pensi all’inizio. Perché questo non è tanto un film sull’I.A., quanto una lavoro che parla dell’ossessione creativa, di quanto possa diventare totalizzante e mostruosa la bruciante ambizione di creare qualcosa di nuovo e mai visto. Nel farlo Braund scivola dalla scienza alla filosofia, appunto, citando il concetto di “negazione assoluta” coniato da Hegel e che una parte fondamentale ha nel lungometraggio. Non si tratta solo del protocollo applicato alla macchina per impedirle di diventare senziente, ma anche della negazione stessa del creatore, il programmatore David Cohen, che arriva a negare tutto il mondo al di fuori della sua macchina pur di raggiungere l’obbiettivo della creazione. Siamo di fronte ad un’opera molto più complessa di quanto appaia. Un’opera che indaga in profondità nelle pieghe più oscure dell’animo umano. Non sempre Braund appare in grado di dominare perfettamente il materiale creato, forse lui stesso ne è stato assorbito fin troppo. Ma è davvero spaventosa e claustrofobica la sensazione nella quale, è proprio il caso di dirlo, ci intrappola insieme al suo protagonista; il quale troppo tardi si risveglia dal suo torpore per rendersi conto di non essere più lui l’inizio ed il termine dell’universo, ma la creatura creata. Frankenstein è un esempio molto vicino.
Intrappolato in un meccanismo al quale ha dato inzio ma che non è più in grado di controllare, se mai lo sia stato, David passa attraverso l’eterno ciclo di “negazioni cattive”, ripetendo ancora ed ancora lo stesso percorso per poi ricominciare. Non c’è speranza, la mente che è alpha ed omega non accenna a fermarsi, eppure proprio Hegel ci offre la soluzione che arriva anche nel film: riuscire a deviare la ripetizione circolare attraverso il raggiungimento di una coscienza assoluta, nella quale particolare ed universale si fondono. Tuttavia la nostra coscienza non ci permette di sapere con esattezza cosa succeda dopo. Quello è il regno del mistero della morte.

Luca Bovio

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