So Long, My Son

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Una storia, tante storie

Dal momento che un cineasta del calibro di Wang Xiaoshuai raramente ha deluso le aspettative di pubblico e critica, la notizia di un suo lungometraggio in Concorso alla 69° edizione della Berlinale ha, giustamente, destato parecchie aspettative. E così, So Long, My Son, la sua ultima fatica in corsa per il tanto ambito Orso d’Oro, si è finalmente rivelata all’altezza di quanto inizialmente auspicato.
Ma, di fatto, di cosa si tratta, nello specifico? Se in un primo momento la durata stessa del film (175’) può spaventare, in realtà finisce ben presto per rivelarsi perfettamente pertinente a ciò che il regista ha voluto mettere in scena. E se, infatti, il presente lungometraggio si pone come un enorme melodramma famigliare dalle tinte ora cupe, ora più leggere e ottimiste, non sfugge, anche allo sguardo meno attento, un’ulteriore chiave di lettura o, meglio ancora, un secondo livello narrativo, che, perfettamente pari passo alle vicende delle famiglie protagoniste, sta a raffigurare la storia della Cina negli ultimi decenni (tre decenni, per l’esattezza), immediatamente dopo la Rivoluzione Culturale degli anni Ottanta. Ciò viene messo in scena, appunto, attraverso le vicende di Yaoyun e Liyun, i quali, in seguito alla morte prematura del loro figlioletto, annegato mentre giocava in un lago, decidono di lasciare la loro città di origine – e i loro amici di sempre – al fine di iniziare una nuova vita in una grande città. Qui avranno modo di adottare un altro ragazzo, il quale, però, in seguito ai vari conflitti con i propri genitori adottivi, se ne andrà ben presto di casa.

Una saga famigliare lunga tre decenni, dunque, per una nazione che va via via trasformandosi, sia dal punto di vista architettonico (particolarmente esemplificativa, a tal proposito, la scena in cui la coppia, facendo ritorno dopo molti anni nella sua città d’origine, stenta a riconoscerne le strade e persino i palazzi, dato l’enorme cambio di prospettiva), sia, ovviamente, dal lato politico. Tema centrale di un lungometraggio come So Long, My Son è, di fatto, la tanto spinosa politica del figlio unico, adottata in passato in Cina. A tal proposito, la coppia di protagonisti, riesce, in qualche modo, a schivarne le regole, avendo dapprima un figlio (morto prematuramente), adottandone un altro e, infine, facendo da padrino e da madrina al figlio di una coppia di amici, nato lo stesso giorno del loro primogenito e amico per la pelle di quest’ultimo.
La macchina da presa, dal canto suo, con lente carrellate riesce pian piano a mostrarci gli ambienti descritti e il loro progressivo cambiamento, pur concentrandosi, allo stesso tempo, sulle vicende dei protagonisti. La messa in scena in sé, particolarmente ricca di flashback, sa ben reggere, così, la lunga durata, con una regia dinamica che, insieme a un commento musicale che attinge a piene mani dalla musica occidentale, tanto sta a ricordare, a tratti, il cinema di Jia Zhang-ke. Pur mantenendo, ovviamente, una propria soggettività.
Riflettendo, dunque, sulla storia dell’intero paese, ciò che, alla fine, pervade l’intero lavoro è un fresco ottimismo (molto esemplificativa, a tal proposito, la nascita del figlio di amici della coppia, appena prima della chiusura), segno che la speranza che si possa andare verso tempi sempre migliori resta ad ogni modo viva e pulsante.

Marina Pavido

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