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Sirât

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VOTO: 8

Overland infernale

Una vera e propria deflagrazione cinematografica in questa 78ª edizione del Festival di Cannes, è Sirât, quarto lungometraggio del regista franco-galiziano Oliver Laxe. Un film che si impone con la forza di un’opera divisiva, destinata – consapevolmente – a spaccare in due la platea, fra chi lo esalterà come gesto d’avanguardia radicale e chi, al contrario, lo accuserà di compiacimento nell’orrore, di abiezione estetizzante. Un cinema della crudeltà che si può paragonare, nel cinema degli ultimi decenni, a Funny Games di Michael Haneke, ma senza quella via di fuga – la celebre scena del riavvolgimento del nastro – offerta dal regista austriaco. Sirât nega ogni scampo, anche se, a ben guardare, qualche sottilissima via di uscita resta. Il titolo stesso è una chiave d’interpretazione: Sirât, nella tradizione islamica, è la strada escatologica che le anime devono attraversare nel Giorno del Giudizio, indirizzandosi o alla beatitudine celeste o alla dannazione eterna. E il film di Laxe incarna proprio questa duplicità: è al tempo stesso un’esperienza di perdizione e di estasi, un road movie spirituale che si snoda attraverso paesaggi di abbagliante bellezza, e allo stesso tempo un percorso minato, tanto in senso concreto quanto simbolico. Torna con forza il misticismo arabo che già pervadeva opere precedenti del regista – si pensi a Mimosas – e che qui si innesta nuovamente in un contesto desertico nordafricano, carico di valenze rituali e spirituali.
Il film si apre su un imponente rave nel deserto marocchino, fra dune che sembrano dipinte ad acquerello. In mezzo ai danzatori emerge una figura gentile e fuori posto: è Luis, accompagnato dal figlio dodicenne Esteban e dalla loro cagnolina Pipa. Non sono lì per celebrare la trance, ma per cercare disperatamente Marina, figlia e sorella scomparsa, probabile frequentatrice di quelle feste nomadi. Mostrano la sua foto, chiedono, sperano. Il rave viene sgomberato con violenza dalle forze dell’ordine, ma una parte del gruppo – ostinata e libera – si rimette in cammino per raggiungere un altro raduno. Camion carichi di torri acustiche si snodano tra le gole dell’Atlante: anche Luis, Esteban e Pipa si uniscono al convoglio. Si forma così una carovana di mezzi pesanti che attraversa paesaggi impervi, sterminati, percorrendo strade di cremagliera ridissime, a picco sul nulla. Sembra una versione infernale di Overland, la nota spedizione televisiva nel mondo con autocarri, quando una riedizione di Vite vendute di Clouzot e del suo remake, Il salario della paura, di William Friedkin. Nel cuore del gruppo, si forma un microcosmo eterogeneo e solidale: raver e famiglia si scoprono affini e solidali. I primi sono come dei ‘freak’, come indica la maglietta di uno di loro, che omaggia il celebre film di Tod Browning: corpi amputati, reietti fuori norma. Intorno a loro, l’eco di una guerra incombe: mezzi militari solcano lo sfondo, il deserto diventa scenario apocalittico, il film si carica di un’atmosfera escatologica.
A un certo punto, il film abbandona del tutto la linea narrativa della ricerca di Marina. Sarebbe considerato un buco di sceneggiatura secondo un canone delle scuole di cinema, un errore da segnare con la matita blu dai critici. Si tratta di un’omissione assolutamente voluta in virtù di un viaggio che assume il senso di una ricerca complessiva, ma anche di un gioco tra verosimiglianza e inverosimiglianza. La trama si dissolve per lasciare spazio a una dimensione esperienziale, quasi estatica. La verosimiglianza viene sfidata e rielaborata, senza mai perdere però la potenza della messa in scena, che nei momenti più crudi raggiunge livelli di realismo impressionante, autentiche stilettate al cuore dello spettatore. Eppure, non manca l’ironia: indimenticabile la sequenza in cui la cagnolina Pipa cade esanime dopo aver annusato feci contaminate da LSD, di qualcuno dei raver. Il film alterna vertiginosamente vertici drammatici e momenti di leggerezza, in una sinusoide emotiva. Sotto il cielo stellato del continente africano – culla della civiltà, ma anche territorio storico di sfruttamento e guerre – si svolge questa sirât, questa transumanza umana che rievoca il nomadismo ancestrale, la connessione sciamanica fra corpo, musica e universo. Come accade nei viaggi della vita, non tutti arrivano al traguardo: molti si perdono tra ceneri fumanti. Solo pochi sopravvivono a questa prova. E in perfetta sintonia con la visione coranica che ispira il film, il beato – Luis, l’uomo che ha sofferto – troverà un tratto finale di strada meno insidioso, passando indenne sul terreno minato. Sirât è un’esperienza sensoriale, immersiva, un rito collettivo, un trip mistico. Un rave cinematografico ipnotico e folgorante, che trascina lo spettatore in un viaggio in un altrove bruciante e sconvolgente.

Giampiero Raganelli

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