Tra vecchi e nuovi fantasmi
Molti film di Christian Petzold raccontano una fuga dalla città e un’immersione in contesti naturali – spesso spiagge – dove i pochi personaggi si ritrovano confinati in una sorta di limbo, isolati dal mondo, e dove si sviluppano complesse dinamiche interpersonali, spesso centrate sul confronto tra i sessi. L’ultima opera dell’esponente della Scuola di Berlino, Miroirs No.3, presentata alla Quinzaine des Cinéastes 2025, rientra perfettamente in questo schema. Petzold ritrova qui le sue due muse: le attrici Paula Beer e Barbara Auer. Il film si apre con alcuni amici in partenza per una gita fuori porta nel weekend, ma un evento improvviso cambia tutto. Laura e il suo compagno hanno un terribile incidente d’auto su una stradina di campagna: lui viene trovato morto, la testa fracassata; lei, miracolosamente illesa. È da questo momento che Petzold comincia a giocare con le aspettative spettatoriali del suo pubblico. Come già in Yella, i cui protagonisti sopravvivevano a un incidente iniziale per rivelarsi come sognati, come fantasmi, anche in Miroirs No.3 la sopravvivenza inspiegabile di Laura apre a una dimensione sospesa, ambigua. La donna, senza ferite né segni visibili, viene dimessa in fretta dall’ospedale e accetta l’ospitalità di Betty, la signora che ha assistito all’incidente e ha chiamato i soccorsi. Ma Betty non è un personaggio qualunque: stava già lì, sul ciglio della strada, come se sapesse che qualcosa stava per accadere. Da questo momento si sviluppa una relazione speciale tra le due donne, interpretata dalle due attrici feticcio del regista, un’amicizia intima, sospesa. L’eliminazione immediata del personaggio maschile – il fidanzato – sembra funzionale proprio a questa dinamica tutta femminile. L’ambiguità di Laura sta anche nel fatto che non sembri provare disperazione per la perdita improvvisa del compagno. Solo più avanti nella narrazione compaiono figure maschili: il marito e il figlio di Betty, che gestiscono un’officina poco distante. E la consistenza di Laura si rivelerà tanto un fantasma reale quanto metaforico, un fantasma obbligato, voluto in quella famiglia in una rielaborazione/evoluzione del tema petzoldiano del Gespenster, del fantasma. Il film termina con scene in un teatrino dove i fantasmi si mescolano e confondono, per arrivare a una chiusura di sipario.
Il film si apre con immagini della superficie di un canale: l’acqua è da sempre un elemento chiave nell’estetica del regista, che in Il cielo brucia aveva esteso la sua esplorazione degli elementi fondamentali al fuoco. In Miroirs No.3, assume importanza anche il vento: già in una delle prime scene, lo vediamo increspare le tende di una finestra aperta. È il vento che si ode stormire tra le fronde, che attraversa un paesaggio rurale estivo ormai proteso verso l’autunno. Al posto della spiaggia abituale troviamo un mondo agreste, ricco di fiori spontanei, piante aromatiche coltivate da Betty, piste ciclabili che tagliano i campi, e dove una lavastoviglie rotta può diventare un piccolo dramma. In questo microcosmo isolato, accanto alla casa, si trova l’officina gestita dai due uomini. Un luogo che sembra uscito dal passato, con le carcasse visibili della DDR: vecchi rottami abbandonati. Il loro lavoro – riparare – appare anacronistico in un mondo dove il capitalismo impone la sostituzione continua, come la lavastoviglie, e l’obsolescenza programmata. Eppure, proprio la riparazione diventa una metafora centrale: ciò che cercano di aggiustare sono i frammenti di una famiglia spezzata, il tentativo impossibile di rimpiazzarne un pezzo mancante. Il cinema di Petzold è fatto di leggerezze impalpabili, di sospensioni emotive. Qui, questa qualità si intreccia alla musica: Laura suona il pianoforte con brani tratti dalla suite Miroirs di Ravel, da cui il titolo del film, mentre risuonano anche motivi come The Night di Frankie Valli. Un cinema etereo che sfiora la dimensione del sogno, dove la realtà si fa labile e i sentimenti galleggiano come riflessi sull’acqua.
Giampiero Raganelli







