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Mission: Impossible – The Final Reckoning

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VOTO: 7

Una pillola avvelenata per guarire il mondo

Niente o nessuno su questa Terra può sfuggire alla regola non scritta che vuole tutto ciò che ha un inizio avere una fine. E la cosa vale anche per i franchise più longevi sui quali, in cuor tuo, speri non cali mai il sipario. Ma primo o poi il momento di congedarsi con il pubblico arriva per tutto e tutti, compreso per Ethan Hunt e la saga cinematografica del quale il personaggio interpretato da Tom Cruise è protagonista, ossia quella di Mission: Impossible, che sul grande schermo è approdata per la prima volta un trentennio fa con il capitolo iniziale firmato da Brian De Palma, raccogliendo l’eredità dall’omonima serie televisiva del 1966 creata da Bruce Geller. Da quel momento si sono succeduti sette sequel, ultimo dei quali Mission: Impossible – The Final Reckoning, l’atto conclusivo di un ciclo di film che hanno entusiasmato le platee di tutto il mondo grazie alle coinvolgenti missioni portate a termine dall’agente dell’IMF e dal suo team. E neppure quest’ultima, arrivata nelle sale il 22 maggio 2025 a distanza di poco dall’anteprima fuori concorso alla 78esima edizione del Festival di Cannes, è da meno.
In questo ottavo episodio, diretto come i tre precedenti da Christopher McQuarrie, il regista statunitense e il co-sceneggiatore Erik Jendresen dovevano giocoforza chiudere il cerchio, dare tutte le risposte ancora in sospeso ai quesiti sollevati nel corso della saga e al contempo permettere a Hunt & Co. di completare l’ultima e più pericolosa missione iniziata in Mission: Impossible – Dead Reckoning per impedire al villain Gabriel Martinelli di impossessarsi del potentissimo programma di intelligenza artificiale noto come l’Entità, in grado di diffondersi in tutti i principali sistemi di difesa e scatenare una guerra nucleare su larga scala. Una bella gatta da pelare per il celebre agente e la sua squadra prima di deporre le armi e andare cinematograficamente in pensione, ma solo dopo avere salvato per l’ennesima volta il mondo dalla distruzione. Ambientato due mesi dopo gli eventi di Dead Reckoning, questo capitolo conclusivo riparte da dove ci aveva lasciato. Recuperata una preziosa chiave crociata, Hunt deve raggiungere adesso il Sevastopol, un sottomarino nucleare russo, distrutto dall’Intelligenza Artificiale, che giace sotto la calotta polare. La chiave gli permetterà di recuperare il “codice sorgente” dell’IA e di disinnescarla. Ormai autonoma e “cosciente”, l’Entità accede a qualsiasi sistema operativo, manipola fatti, dati e persone ed è determinata a sterminare la razza umana. Mentre Hunt cerca una soluzione, l’IA prende progressivamente il controllo delle armi di distruzione di massa, con il cattivone di turno, il già citato Gabriel, che vuole a sua volta metterci le mani per diventare la persona più potente del pianeta.
S’innesca così il vorticoso e inarrestabile giro di lancette che scandisce e detta il ritmo forsennato di una corsa contro il tempo che si consuma nell’arco di 72 ore compresse dal montaggio in 170 adrenalinici minuti che non conoscono sosta. Minuti da fruire tutti d’un fiato in apnea, con il solito palleggio da una parte all’altra del globo che termina, dopo l’inevitabile resa dei conti, laddove tutto era cominciato tre decenni fa. A McQuarrie quindi il duplice compito di chiudere le ostilità e ricucire tutti i fili del e con il passato, in modo che tutti i nodi tornino al pettine prima di dirsi addio. E infatti il regista di Princeton, visti gli anni trascorsi e gli innumerevoli eventi accaduti, è costretto in molte circostanze a dei flashback per rinfrescare la memoria su quanto detto o mostrato, per fare in modo che lo spettatore non brancoli nel buio e non perda la bussola. Una pratica, questa, necessaria ai fini della comprensione, anche se ciò va a inficiare sul ritmo del racconto provocando dei frequenti Stop & Go che non fanno altro che accumulare secondi. Per fortuna c’è la componente action, da sempre marchio di fabbrica del franchise, a spingere nuovamente sul pedale dell’acceleratore per regalare alla platea di turno un ultimo e pirotecnico spettacolo a base di scene dal grande impatto visivo e dall’elevato livello di coinvolgimento, a cominciare dalla lunga immersione di Hunt per raggiungere le profondità oceaniche laddove il sottomarino russo K599 Sevastopol si è andato a poggiare dopo essere affondato con il suo preziosissimo carico. Per non parlare del conflitto a fuoco nelle miniere del Congo e l’impressionante sequenza aerea a bordo dei biplani che resterà sicuramente nell’immaginario legato alla saga, alla pari dell’iconica discesa nel caveau del primo Mission: Impossible o la scalata del grattacielo più alto del mondo, il Burj Khalifa, in Mission: Impossible – Protocollo fantasma. Lo show da solo vale il prezzo del biglietto ed è questo che forse, insieme al celebre ritornello e agli stunt di Cruise, che ci mancherà più di ogni altra cosa.

Francesco Del Grosso

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