Shiva Baby

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8.0 Awesome
  • voto 8

Bugie da sopravvivenza

Realizzare cinema in totale libertà vuol dire anche avere l’opportunità di osservare criticamente l’ambiente culturale di appartenenza. Regola aurea, quella di saper recidere, metaforicamente o meno, il cordone ombelicale al momento opportuno, che ha fatto propria l’esordiente Emma Seligman con il suo Shiva Baby, folgorante lungometraggio originato da un corto girato nel 2018 dalla stessa regista assieme alla medesima attrice protagonista, l’eccellente Rachel Sennott.
Danielle è una ragazza ebrea di nemmeno vent’anni. Racconta di lavorare temporaneamente come baby-sitter. In realtà è una cosiddetta sugar baby, cioè una giovane mantenuta in cambio di prestazioni sessuali alquanto occasionali. Max, chirurgo in carriera nonché sposato con la bellissima Kim e figlioletto neonato a carico, è uno di essi. Dopo molte insistenze Danielle accetta l’invito dei suoi genitori a partecipare ad una veglia funebre – per l’appunto lo shiva nella tradizione ebraica – di qualcuno che lei nemmeno ricorda. Sarà in quell’occasione che molte verità inconfessabili saranno rivelate e molti dei nodi della sua esistenza verranno, inevitabilmente, al pettine. Anche a causa della presenza di Max e dell’amica Maya allo stesso evento.
L’urticante ironia di cui è carica ogni situazione mostrata in Shiva Baby aumenta a dismisura la sensazione di accerchiamento e conseguente soffocamento che attanaglia la protagonista. Una gabbia che lei stessa ha contribuito a costruirsi, con la determinante complicità di un humus religioso-culturale logorroico e pettegolo, dove le apparenze contano in misura assai maggiore dell’effettiva realtà delle cose. Tutti, a partire da Danielle, fingono di essere ciò che non sono, tramutando il film in una sorta di infinita scatola cinese della finzione. Un gioco al massacro maledettamente divertente ma non per questo meno spietato, anzi; al quale aderisce come un guanto la messa in scena adottata da Emma Seligman, tutt’altro che immemore dell’immortale lezione regalata ai posteri dal cinema di John Cassavetes, con la macchina da presa capace di rendersi componente attiva di un kammerspiel perfettamente aggiornato ai tempi. Come la Kym (interpretata da Anne Hathaway) di Rachel Getting Married (2008) del mai abbastanza compianto Jonathan Demme, anche la Danielle in Shiva Baby intraprende un doloroso percorso di non voluta autoanalisi, durante il quale non potrà che prendere atto di alcuni aspetti della propria personalità fino ad allora nascosti sia agli altri che, soprattutto, a se stessa. Lasciamo agli spettatori il piacere di scoprire le molte sorprese che riserverà loro un lungometraggio comunque venato di sincerità e amarezza, prerogative costanti di qualsiasi iniziazione nei confronti dell’età adulta. La partecipazione allo shiva del titolo segna infatti una specie di spartiacque nell’esistenza della ragazza: dopo di esso nulla potrà ritornare come prima per Danielle. L’unico aspetto immutabile è rappresentato dal Moloch descritto nel film, cioè le convenzioni di un ambiente, quello ebraico più profondo, del tutto refrattario a qualsivoglia forma di cambiamento innovativo. Una narrativa talmente stratificata che solo i fratelli Coen – segnatamente in A Serious Man (2009), ma non solo – erano riusciti a condurre fino a conseguenze così estreme.
Se a tutto questo aggiungiamo un perfetto utilizzo degli spazi, sublimato da long take che rendono alla perfezione l’idea di una, inevitabile e metaforica, progressione temporale, non resta che consigliare senza riserve la visione di una delle opere prime più incisive viste da molto tempo a questa parte. Condita da sorrisi a denti stretti che, nel processo di svelamento dell’ipocrisia generale, assumono quel sapore acre che riesce a riservare solamente la vita vera.

Daniele De Angelis

Shiva Baby è disponibile sul canale Mubi della piattaforma Prime Video.

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