Second Chance

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5.0 Awesome
  • voto 5

Mi gioco le palle

Prima di avventurarci nell’analisi critica di Second Chance, un chiarimento è doveroso per non correre il rischio di inciampare in un clamoroso scambio di “identità”. Il titolo in questione, infatti, potrebbe causare qualche fraintendimento, per cui sgomberiamo dalla mente del lettore qualsiasi dubbio a riguardo. Trattasi di un comune caso di omonimia con l’ultima fatica dietro la macchina da presa di Susanne Bier, con la quale condivide solo il titolo e l’anno di produzione (il 2014), non di certo la tematica, la storia, il genere e il paese di provenienza. Quella presentata in anteprima europea alla 17esima edizione del Far East Film Festival è l’opera seconda di Kung Wen-yen, che torna sul grande schermo a distanza di tre anni da Mayday 3DNA, interessante incrocio tra concerto e narrativa, composto da una serie di cortometraggi stereoscopici intramezzati da filmati estrapolati da una performance live della celebre band taiwanese Mayday.
Con Second Chance, Kung cambia totalmente genere, catapultando la platea di turno sui tavoli verdi di bische, club, sale e arene, per un biliard drama al quale va riconosciuto il merito di aver portato sullo schermo una storia che parla di una disciplina poco frequentata dalla Settima Arte. In tal senso, si contano davvero sulle dita di una mano le pellicole dedicate alla suddetta disciplina, a cominciare dal celeberrimo Lo spaccone di Robert Rossen, per finire con il sequel firmato da Scorsese venticinque anni dopo dal titolo Il colore dei soldi, dove ritroviamo l’attempato Felson, interpretato ancora una volta da Paul Newman, accanto a una giovane promessa, il rampante Vincent Lauria al quale presta il volto un giovane Tom Cruise. Nel mezzo di una filmografia così risicata troviamo anche il misconosciuto Baltimore Bullet di Bruce Boxleitner. Fa notizia allora che il contributo più sostanzioso alla causa arrivi niente meno che dall’Italia, con i film interpretati o diretti da Francesco Nuti (Io, Chiara e lo Scuro, Casablanca, Casablanca e Il signor Quindicipalle). Senza dimenticare la storica partita a biliardo tra Ugo Fantozzi e l’Onorevole Cavaliere Conte Diego Catellani, dove con cinque colpi da manuale il ragioniere riesce a ribaltare il risultato che lo vede in netto svantaggio.
Anche in Second Chance i colpi da manuale non mancano, ma dietro c’è sempre lo zampino della computer grafica che trasforma le partite in un videogame. Forse un po’ di realismo non avrebbe guastato, visto che a disposizione del film c’era il meglio del biliardo femminile internazionale ad affiancare i veri attori. Qui, la macchina da presa si lancia letteralmente al seguito delle palle, seguendone le evoluzioni sul tappeto tra una sponda all’altra sino all’entrata in buca, con la stessa velocità con la quale l’occhio umano riesce a seguire una biglia in un flipper. Tuttavia, l’esito diverte e intrattiene, anche se a conti fatti inanella strada facendo tutta una serie di difetti di scrittura che generano un indebolimento sia dell’architettura drammaturgica che del racconto. Il menù offerto è un mash up di situazioni e personaggi presi in prestito e mescolati per dare origine a un plot che nulla ha da dire sul piano dell’originalità. Kung si limita a mettere in quadro l’ennesima parabola sportiva che incrocia il dramma sociale (i legami familiari, il riscatto personale e il rapporto generazionale), passando attraverso la vicenda di un ex campione che, appesa al chiodo la stecca, trova nella nipote l’erede e la forza di ricominciare a vivere.

Francesco Del Grosso

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