Il partigiano Gio
Che la memoria per Samuele Rossi e il suo cinema sia un elemento centrale, chiave e particolarmente caro per l’importanza che ricopre, lo testimoniano le tante opere, in particolar modo documentaristiche, che ha realizzato sino ad oggi. Con diverse biografie, il regista toscano ha rievocato figure ed esistenze che hanno lasciato segni indelebili nelle pagine di Storia e nell’immaginario collettivo. In una più di tutte, che non a caso si intitola La memoria degli ultimi, la Storia riemerge attraverso i ricordi di sette ex-partigiani combattenti, sia uomini che donne, nati tra il 1920 e il 1927, che hanno fatto la Resistenza, quella vera, quella che abbiamo studiato sui libri di scuola.
Ora al suddetto tema e al periodo della Resistenza, il cineasta di Lucca, con la complicità in fase di scrittura di Lorenzo Bagnatori, ha voluto dedicare un lungometraggio di finzione, il terzo della sua filmografia dopo La strada verso casa e Glassboy, dal titolo Se venisse anche l’inferno, presentato tra gli Eventi Speciali delle Giornate degli Autori dell’83esima edizione della Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia. Ispirata a fatti realmente accaduti, la pellicola ricostruisce un viaggio in un’Italia abbandonata a se stessa e sconvolta dall’orrore della guerra e dalla ferocia nazi-fascista. Per farlo riavvolge le lancette sino all’inverno del 1944 per riportaci sulle Alpi Occidentali, nella zona occupata, a ridosso delle vie di fuga verso la Svizzera, dove un giovane partigiano, nome di battaglia Gio, sopravvive a una violenta imboscata che spazza via la sua squadra. La consegna del comando di pianura è chiara: presidiare il rifugio e fare di tutto per sopravvivere in attesa della risalita alleata e della ripresa dei combattimenti a primavera. Nella difficile attesa che si srotola davanti ai suoi occhi appaiono come fantasmi i brandelli di un’umanità in lotta per la sopravvivenza: un internato fuggito dai campi di concentramento nazisti, una nonna in attesa del ritorno del nipote dalla guerra, l’anziano contadino rimasto a fare da collegamento con i paesi a valle. Nelle poche relazioni che si affacciano dall’abisso, Gio attraversa la tragedia della guerra con un unico scopo: superare l’inverno quando lo scioglimento della neve permetterà la ripresa della guerra e forse anche la possibilità di un destino migliore. Ma quale sarà il prezzo?
Per scoprirlo il regista ci invita a seguire il protagonista in un’odissea fatta di nemici, condizioni ambientali ostili e meteorologiche proibitive, mentre avanza, strisciando, correndo e trovando via di fuga, con la sola forza della disperazione verso la salvezza in quello che, sulla timeline prima e sullo schermo poi, assume la forma e la sostanza di un mix di period-drama a sfondo bellico e il survivor-movie, un po’ come lo erano stati all’epoca Behind Enemy Lines e 1914. Ovviamente i periodi storici chiamati in causa da John Moore e Sam Mendes nei rispettivi film sono diversi rispetto a quello nel quale Rossi ha ambientato la vicenda al centro di Se venisse anche l’inferno, ma il tour de force estenuante che è costretto a vivere suo malgrado il personaggio principale per non soccombere e tornare ta le linee amiche è la stessa.
Diversamente dai più quotati colleghi, il regista nostrano rinuncia in partenza alla componente spettacolare e performativa più dichiaratamente action del war movie, per concentrarsi su quella esperenziale, e sensoriale. Guarda in tal senso a Torneranno i prati di Ermanno Olmi da questo punto di vista. Il ché consente al film di trovare la propria ragione di essere e di esistere in un filone che di storie analoghe ne ha raccontate davvero tante. Per aumentare in maniera esponenziale tali sensazioni e condizioni ansiogene, soffocanti e adrenaliniche, Rossi incasella il tutto in un 4:3 funzionale e non accessorio e ci spinge a condividere attraverso una regia costantemente aderente al momento e appiccicata con una macchina da presa costantemente a mano e “sporca” al suo personaggio. Ciò azzera qualunque distanza fra lo spettatore e il suo protagonista gettandolo e gettandoci dentro una dimensione immersiva ed epidermica: sentiamo il freddo, la fame, la sete, la stanchezza, e soprattutto il terrore così come li avverte il protagonista, qui interpretato da un partecipe e intenso Luca Tanganelli. Al resto ci pensano la ricostruzione accurata non solo a livello scenografica e dei costumi, ma anche quella fotografica di Marco Minghi, oltre che le performance di altri interpreti che si affacciano sullo schermo, a cominciare da Giorgio Colangeli, che alza l’asticella appena entra in scena nei panni di Ufficiale Agostino. Gli bastano una manciate di scene per regalare emozioni forti e lasciare il segno, in un’opera che di emozioni forti ne offre tante.
Francesco Del Grosso









