Schegge di Ottanta: Una poltrona per due

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9.0 Awesome
  • voto 9

Il nostro Natale

Può darsi che John Landis, da navigato uomo di mondo nonché acuto ammiratore dichiarato del nostro paese, sia al corrente del fatto che Una poltrona per due – film da lui diretto nel 1983 – sia divenuto nel corso degli anni una sorta di evergreen natalizio, trasmesso dalle reti Mediaset (nello specifico Italia 1) a cadenza annuale durante il suddetto periodo festivo. Non ci stupiremmo allora se, acuendo l’udito, riuscissimo a sentire sonore risate giungere dal Nord America. Potrebbe essere proprio quel marpione di Landis, una volta di più trionfante nel suo inimitabile spirito dissacratorio dimostrato a tutto campo nella decade di riferimento. Leggendaria anche grazie ai suoi lungometraggi. Con Trading Places – questo il titolo originale, letteralmente “Posti di scambio” – lui ha vinto. Stravinto. Riuscendo a far passare il suo film per una cosa che non è. Una dissimulazione da manuale per un regista che si è sempre fatto beffe della catalogazione in generi tanto cara a produttori tradizionalisti, critici paludati o presunti cinefili. A parere dei quali Una poltrona per due sarebbe un’opera dichiaratamente buonista, ambientata alla perfezione nel periodo di Natale perché alla fine i cosiddetti buoni (i personaggi di Luis Winthorpe III e Billy Ray Valentine, interpretati rispettivamente da Dan Aykroyd ed Eddie Murphy) hanno la meglio sui capitalisti inveterati e perciò cattivi (i fratelli Randolph e Mortimer Duke, impersonati da Ralph Bellamy e Don Ameche). Si è persino tirato in ballo lo spirito del grande Frank Capra, dimostrando una conoscenza a dir poco limitata del cinema partorito dal grande cineasta statunitense di origine italiana. Anche in quel caso dalle molteplici chiavi di lettura sotto una patina solo in apparenza levigata e zuccherosa.
In realtà Una poltrona per due è sì una commedia irresistibilmente divertente, ma che nasconde abilmente al proprio interno una metà oscura. Un’anima pessimista ai massimi livelli sulla società di allora e le tendenze ultra liberiste propugnate dalla presidenza di tale Ronald Reagan che al tempo erano da considerare in sboccio. Landis e i suoi sceneggiatori Timothy Harris e Herschel Weingrod usano l’arma dell’ironia più dissacrante per descrivere “Il Mostro”. Non avevano altra scelta, poiché consapevoli di avere di fronte una sorta di mitologica Idra, invincibile creatura le cui teste ricrescono ogni volta tagliate. Questo era ed è il capitalismo nella sua accezione più miope e sfrenata: una degenerazione priva di soluzioni di continuità. Una poltrona per due non è, evidentemente, un’opera cinematografica addomesticata nel corso della cui narrazione viene operata una specie di rivoluzione dal basso dove il proletariato rovescia le posizioni di potere. Tutt’altro. Applica invece la regola principale del capitalismo stesso, improntata al detto medioevale mors tua vita mea, da intendersi modernamente come il fallimento economico altrui conduca alla ricchezza di altri. Certamente Luis Winthorpe III e Billy Ray Valentine – affiancati da dalla prostituta dal cuore d’oro Ophelia (Jamie Lee Curtis) e del maggiordomo Coleman (un grandissimo Denholm Elliot) risultano più accattivanti degli anziani e supponenti fratelli Duke, il cui fatale errore è quello di uscire dal seminato della finanza per una scommessa “scientifica” dagli aspetti sociologici e dalle conseguenze per loro tanto imprevedibili quanto fatali. Eppure il lusso sfrenato esibito dai vincitori nella celeberrima sequenza finale restituisce l’impressione, dopo l’iniziale soddisfazione da lieto fine, di una volgare sostituzione al vertice della gigantesca piramide della ricchezza. Come l’ironia si insinuava a piene mani nell’horror licantropesco Un lupo mannaro americano a Londra (1981), precedente exploit registico di Landis, ne Una poltrona per due è l’orrore di una società priva di umanità a palesarsi di soppiatto in un film da mandare a memoria per il susseguirsi a ritmo indefesso di situazioni e battute da antologia della commedia classica ibridato con il più moderno e sempre attuale dei cinismi. Razzismo, conflitti di classe, egoismi assortiti nonché deliri di onnipotenza da parte del ceto abbiente appaiono allora in Trading Places come linee narrative ben visibili e tuttavia inserite con somma maestria da Landis a mo’ di specchietto per allodole, per catturare la benevolenza di un pubblico al solito ansioso di sentirsi parte, tramite immediata empatia, della categoria dei “giusti”. Senza però la certezza che questi ultimi lo siano davvero.
Gli anni Ottanta, il virus dell’american way of life di stampo reaganiano e il cinema che prova a crearne gli anticorpi. Meraviglioso decennio, mentre oggi la pandemia, in senso metaforico ma pure fisico, è dolorosamente reale. Tuttavia una sonora, caustica, risata potrà sempre almeno ricordarci chi pensavamo di essere veramente. Illudendoci della nostra innocenza.

Daniele De Angelis

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