È una cosa folle
Gli Stati Uniti amano definirsi la terra della libertà. Qui ognuno è libero, almeno in apparenza, di essere ciò che vuole, di ricercare e realizzare la propria personale felicità nel modo che preferisce. Liberi di fare ed essere tutto ciò che si desidera, anche di farsi la propria legge, di costruire, letteralmente, la propria personale nazione. Incapaci di vivere realmente in una comunità, molti finiscono per costruire una propria comunità, un proprio mondo. Sembra proprio essere questo il vero fulcro della serie documentaristica Tiger King, ideata da Eric Goode e diretta da questi insieme a Rebecca Chaiklin.
Nel seguire la vicenda di Joe Exotic, nome d’arte del protagonista adottato perché: “nessuno sa pronunciare il mio nome”; la serie si insinua in un complicato territorio ai limiti della ragione.
È lontano dalle opere di autori di grande personalità come possono essere Werner Herzog con il suo germanesimo e Michael Moore con la sua militanza politica. L’esempio è più quello dell’inchiesta giornalistica divisa in puntate, con ogni capitolo che si focalizza su un aspetto particolare. Gli autori, insomma, cercano di sviscerare la vicenda in ogni suo aspetto mantenendo sempre una distanza equanime ed evitando di emettere giudizi; o forse neanche Goode e Chaiklin sono riusciti a capirci qualcosa e proprio per questo non avanzano opinioni, ma si limitano a filmare e mostrare. Eppure si ha l’impressione che non siano riusciti a restarne del tutto esterni, che siano in qualche modo rimasti risucchiati in questa storia e per questo scelgano di seguirla fino in fondo.
Partita come un’inchiesta sul mercato nero dei grandi felini negli Stati Uniti questa serie-documentario finisce per diventare un viaggio nell’anima di certa America profonda; isolata, ossessionata dal sogno di emergere e di affermarsi, finisce per alienarsi da tutto il resto del consesso umano. Si capisce in qualche modo come negli Stati uniti possano avvenire fatti per noi europei francamente inquietanti, come l’Assedio di Waco (citato anche dal protagonista), ed invece comprensibili per gli americani. Gli stessi rappresentanti del governo federale sembrano antropologicamente diversi dai protagonisti, ognuno il doppelganger dell’altro, in un gioco degli specchi deformanti che non può non turbare. Provando un misto di fascinazione e repulsione si viene trascinati in questo mondo ai limiti della mappa della ragione ma per quanto dolente non si riesce in alcun modo a provare empatia per i suoi protagonisti. Alcune sequenze potrebbero anche richiamare ad un realismo magico in salsa yankee, ma, sinceramente, la magia non c’è. Ciò che vediamo è un mondo brutale, feroce, crudele, popolato da figure borderline, eroi di un equivocato ecologismo virato al capitalismo ed alla realizzazione personale. Ci appaiono tutte come bestie, peggiori delle bestie che tengono chiuse nello loro gabbie perché non mosse da istinti naturali ma dagli istinti peggiori dell’uomo, in una storia che non finisce perché legata all’inesauribile cuore di tenebra dell’uomo.
Luca Bovio









