La mia vita da Zucchina

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Cento lattine di solitudine

Le sequenze iniziali di questo delizioso film d’animazione hanno stimolato in noi una riflessione. Se veder circolare sul grande schermo boccali di birra, o anche bottiglie, può ispirare allo spettatore gaudenti sorrisi accompagnati da un senso di euforia, voluttà, partecipazione, lo stesso in genere non accade quando la gustosa bevanda è contenuta all’interno di una lattina. Pensateci bene. Non evocano forse le lattine di birra tutt’altro immaginario, comprendente uomini solitari e abbrutiti, famiglie allo sbando, situazioni domestiche deprimenti? Al sottoscritto, per esempio, viene subito in mente Arctic Spleen di Piergiorgio Casotti, dolente e poetico documentario ambientato in Groenlandia, le cui immagini testimoniavano lo stato di prostrazione e di sottomissione culturale delle locali comunità di Inuit proprio in questo modo: mostrando cioè stuoli di lattine vuote sui tavoli di famiglie disfunzionali, nelle quali l’alcolismo più disperato è andato col tempo ad accompagnarsi alla perdita di identità, alla depressione, al protrarsi di abusi sessuali tra famigliari. Tutte consuetudini da ricollegare, nel caso in questione, a una subdola e sotterranea forma di colonialismo giunta per gli indigeni dall’Europa.

In Ma vie de courgette (nella versione italiana, traduzione fedele, La mia vita da Zucchina) è un analogo senso di disagio a essere comunicato dalla situazione iniziale di Zucchina, questo il soprannome del piccolo protagonista, ragazzino con un padre assente e con l’ormai consolidata abitudine di doversi difendere dagli scatti d’ira della madre, donna abbrutita dalla solitudine e dall’alcol. Le tante lattine vuote sono, per l’appunto, la metonimica rappresentazione di questa debacle famigliare. Ma un tragico incidente farà sì che Zucchina venga sballottato già all’inizio del film in una struttura per ragazzi problematici, dove la sua storia si intreccerà con quella di molti altri. E anche il valore iconico di una di quelle lattine, divenuto ricordo tangibile della madre, avrà modo di essere ribadito.
Tocca specificare semmai che questo racconto di formazione dai contorni ora malinconici, ora libertari, ora umoristici, è stato reso magnificamente sullo schermo dall’animazione del cineasta svizzero Claude Barras, coadiuvato peraltro in sceneggiatura da una francese di grande talento e genuini interessi sociali,  Céline Sciamma (Tomboy, Bande de filles). Ciò ci conferma, innanzitutto, la maturità sia dei temi che dell’approccio stilistico di cui l’animazione di provenienza francofona si sta facendo forte, in questi anni. Per quanto riguarda nello specifico Claude Barras, l’uso delle riprese a passo uno appare estremamente funzionale, rispetto alla natura dei personaggi e al loro interagire con lo spazio circostante. La cura dei dettagli, l’impostazione dei tagli di luce, l’interazione stessa dei ragazzi col mondo adulto acquistano spessore drammaturgico dall’uso sapiente di questa tecnica, una stop motion che amplifica lo smarrimento dei giovani protagonisti, reclusi in ambienti dove occorre molta fantasia per sentirsi nuovamente liberi, nonché per scappare dai brutti ricordi. La sensibilità nel tratteggiare tali figure, unita a una certa padronanza della tecnica scelta, fanno pertanto di Ma vie de courgette l’esempio perfetto di un’animazione che aspira a notevole profondità, risultando poi piacevolissima da seguire.

Stefano Coccia

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