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Sasquatch Sunset

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VOTO: 8,5

Una famiglia particolare

Tra i film più attesi della terza edizione di Sognielettrici, dove non a caso si è aggiudicato il premio per la migliore regia, non si può non citare Sasquatch Sunset di David e Nathan Zellner. La pellicola in questione infatti è arrivata alla kermesse milanese dopo avere diviso la critica nel corso delle presentazioni alle ultime edizioni del Sundance e della Berlinale. Da una parte ci sono coloro che lo hanno elogiato per la sua originalità e dall’altra coloro che invece sono arrivati a definirlo addirittura inutile e irritante. In tal senso chi conosce bene o ha avuto anche solo qualche precedente contatto con il cinema dei fratelli statunitensi sa già a cosa va incontro e quanto surreali e fuori dagli schermi possano essere le storie da loro narrate sul grande schermo. A tal proposito possiamo dire che stavolta effettivamente si sono superati, spingendo i confini oltre l’immaginazione. Ecco perché noi ci siamo schierati apertamente a favore della loro ultima fatica dietro la macchina da presa, che definiamo semplicemente geniale. Del resto se Ari Aster ha deciso di scommettere sul film tanto da produrlo, allora ci sarà pure un perché e ne abbiamo trovato più di uno proprio in occasione della visione meneghina.
Cominciamo dal punto di partenza, ossia il plot di un cortometraggio del 2010 da loro diretto dal titolo Sasquatch Birth Journal 2 che già all’epoca aveva incontrato e solleticato il nostro appetito e che i Zellner hanno rielaborato drammaturgicamente e ampliato narrativamente sulla lunga distanza. La storia si svolge nell’arco di un anno e racconta la vita di una famiglia di Sasquatch, ossia la creatura leggendaria del Nord America meglio conosciuta come Bigfoot. Seguendo la quotidianità di questo nucleo familiare entriamo in contatto con i suoi componenti: un marito e padre padrone, una moglie e madre devota e amorevole e due figli maschi di età differente. Nonostante appartengano a una specie altra, con usi e costumi che non ci appartengono, gli autori riescono comunque a farci empatizzare con i protagonisti, trovando nell’esistenza che portano avanti e nelle dinamiche alle quali assistiamo, comprese incomprensioni e accese liti domestiche, delle analogie e delle componenti comuni, oltre a delle tematiche universali. Tutto ciò deriva dalla grandissima capacità dei Zellner di scandagliare un ventaglio di emozioni e di reazioni diverse e contrastanti, che vanno dalla commozione alla risata, passando per la poesia e il disgusto. Alternando il registro drammatico a quello più comico, il film riesce quindi a toccare le corde del cuore, a inumidire gli occhi e a strappare anche qualche sorriso. Il viaggio nella giungla offre momenti di gioia e altrettanti di dolore, di perdita e di nascita. In un modo o nell’altro ci si trova al cospetto di un’opera in grado di smuovere nel fruitore qualcosa, indipendentemente da cosa.
Insomma Sasquatch Sunset nel bene o nel male non può lasciare indifferente chi lo guarda, ma soprattutto ci ricorda che le parole non sono necessarie per raccontare una storia e che persino le espressioni facciali umane possono essere superflue se si desidera evocare compassione, risate e lacrime. È stata questa l’altra scommessa vinta dai bravissimi interpreti (tra cui Jesse Eisenberg e Riley Keough) che sotto a un pesante trucco prostetico sono stati chiamati a fare meno dei dialoghi e dai due cineasta del Colorado, per il quale il film nel suo essere allo stesso tempo molto realistico nello stile e completamente surreale nel suo concetto può essere considerato l’epitome del loro lavoro sino ad oggi.

Francesco Del Grosso

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