Sangue del mio sangue

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Fuori dai soliti schemi

Ci sentiamo subito di fare un’ammissione: rapportarsi con un cineasta qual è Marco Bellocchio non è semplice. C’è tutto un mondo dietro e dentro il suo modo di fare e vivere il cinema – spesso anche inconscio – che, quando si assiste al risultato finale sul grande schermo, emerge e arriva a ognuno di noi in misura diversa. Immaginiamo che anche Sangue del mio sangue, presentato in Concorso alla 72esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e dal 9 settembre in sala, dividerà critica e pubblico, questo perché quando si prova ad uscire da binari prestabiliti si può creare disorientamento, poi, certo, nessuno nega che sia un lavoro un po’ più “sottotono” rispetto a opere come ad esempio Buongiorno, notte (2003) e altri titoli del primo periodo.
La prima domanda che sorge spontanea assistendo alla visione di quest’ultimo lavoro è riferita a Bobbio, il paese natio del regista che continua a tornare in diversi suoi film, come qualcosa di cui vuole metterci a parte e con cui, allo stesso tempo continua a fare i conti e che in Sangue del mio sangue diventa simbolico. In questa ottica lo spazio fisico diventa co-protagonista coi personaggi e molto identificativo dello spazio filmico. Ce lo siamo detti più volte come dato di fatto ormai: sono le storie che cercano e arrivano agli artisti, si potrebbe dire che ciò è accaduto anche in questo caso. «Il film nasce per caso dalla scoperta delle antiche prigioni di Bobbio, chiuse e abbandonate da molti decenni, costruite in epoca ottocentesca adattando un’ala del convento di San Colombano» (dalle note di regia). È stata proprio l’esplorazione di quei luoghi, dove tra l’altro Bellocchio tiene in estate un laboratorio, che ha stimolato la fantasia del regista de I pugni in tasca. Dopo il corto La prigione di Bobbio (2013) ipotizziamo che il discorso non si fosse esaurito, dando vita così a un lungometraggio in cui i due episodi viaggiano (anche in maniera netta e dichiarata) tra il 1630 e l’oggi, ma con i piani temporali ben separati; e a farlo è una porta (ma non possiamo dirvi altro).
Un uomo d’armi sul suo bel cavallo, Federico (Piergiorgio Bellocchio), bussa alla porta di un convento, è in missione per conto di sua madre. In queste prigioni c’è suor Benedetta (Lidiya Liberman), accusata di stregoneria per aver sedotto Fabrizio, fratello gemello dell’uomo, e averlo indotto a tradire la sua missione sacerdotale. L’uomo tenta di riabilitare la memoria del fratello, ma subirà anche lui il fascino della donna che, dopo varie prove (e non cercate il riscontro storico-filologico per ognuna di queste), sarà murata viva. Va detto che la fotografia curata da Daniele Ciprì rende moltissimo le atmosfere ed è come se anche nella camera da letto in cui si affacciano in punta di piedi le due sorelle, Maria (Alba Rohrwacher) e Marta (a cui dà il volto, con grazia, Federica Fracassi) Perletti, il gioco tra buio e luce calda della candela renda fotograficamente il loro iter dall’innocenza all’attrazione verso un uomo.
Con un salto temporale ci troviamo nella nostra contemporaneità, «in un’Italia di paese, Bobbio, che la modernità, la globalizzazione eccetera eccetera hanno ormai cancellato e la scomparsa del suo confortevole e protettivo isolamento paesano, garantito dal sistema consociativo dei partiti e dei sindacati… Quel mondo è rappresentato, nell’episodio moderno del film, da un misterioso conte (un vampiro? – interpretato in modo eccezionale da Roberto Herlitzka, nda) che vive proprio in quella prigione abbandonata e in cui è incominciata la nostra storia». Abbiamo voluto lasciar spazio alle dirette parole di Bellocchio l’introduzione di questa parte perché rendono le intenzioni più di quanto, forse, avremmo potuto fare noi.
Come vi accennavamo inizialmente, sicuramente la scelta di costruire e montare così (per poi ritornare indietro nel tempo e concludere quell’episodio e finire con un altro riferimento che non vi sveliamo) può colpire e spiazzare, come se qualche certezza venga meno, persi nella voglia/abitudine di trovare coerenze e corrispondenze.
Degno di nota è il monologo che l’attore de Il sogno della farfalla (1994) offre allo spettatore di turno, in fondo è un vampiro anche perché non riesce a stare alle regole del gioco di una società che corre troppo e in cui c’è del marcio anche in coloro che dovrebbero sostenerlo e, invece, lo “vampirizzano”.
Il titolo, Sangue del mio Sangue, è emblematico delle scelte fatte dal cineasta che in questa pellicola unisce la famiglia artistica a quella proprio di sangue (sono presenti anche Elena Bellocchio, Alberto Bellocchio) per ripercorrere alcuni suoi temi come l’anticlericalismo e i legami famigliari spesso morbosi e condizionanti. Purtroppo, nel suo complesso, anche se apprezziamo la libertà di espressione cercata dall’artista, nonostante alcuni interpreti tornino tra i due episodi, la sensazione di frammentarietà un po’ ci pervade. Ad unire le due epoche e le due storie è idealmente il Potere e la messa in discussione dello stesso; parallelamente a stupirci positivamente è il registro di ironia e leggerezza che talvolta si respira (vedi, su tutto, il dialogo tra il conte e il suo dentista – Toni Bertorelli). Così, come in un altalena, quando il tono rimuta con soluzioni narrative inaspettate, lo si avverte ancor più. Vogliamo citare, in ultimo, la figura del folle a cui dà corpo Filippo Timi, il quale spunta proprio come tale, come se fosse un Amleto dal tragico sberleffo e guarda caso proprio nella storia ambientata nell’epoca moderna.
Ora non resta che attendere Fai bei sogni (con Berenice Bejo, Fabrizio Gifuni, Valerio Mastandrea) per comprendere quale nuova traiettoria stia percorrendo artisticamente Bellocchio.

Maria Lucia Tangorra

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