(Re)Visioni Clandestine #9: Non ci resta che piangere

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Chi siete? […] Cosa portate? […] Sì, ma quanti siete? […] Un fiorino!

Nel volume celebrativo e cinefilo “1895-1995: Buon compleanno cinema” presentato dal blobbista Marco Giusti ed edito da Comix, sedici celebri matite del fumetto rendevano omaggio, con un loro fantasioso disegno, un cult o un classico della storia del cinema. Tra questi sedici film “fondamentali” del centenario cinematografico, c’era anche l’omaggio a Non ci resta che piangere, fatto attraverso una grande tavola fumettistica che raccoglieva tutta la storia della pellicola. L’autore del disegno, in una breve nota sul perché avesse scelto proprio questo film, ammetteva sin da subito che la commedia era sgangherata nella messa in scena e con una sceneggiatura scritta “sciattamente”; però era un’opera che lo faceva smascellare dalle risate. Non gli si può dare completamente torto, perché (ri)vedendo la pellicola si nota sin da subito che i primi a divertirsi moltissimo sono i due protagonisti, e questa gioiosità e solarità riescono a trasmetterla anche allo spettatore, specialmente perché alcune battute sono diventate dei tormentoni, citate ancora a memoria da molti. E senza dimenticare che, nel medesimo 1995, L’Unità propose una lunga collezione di 30 VHS, denominata “Capolavori Italiani”, in cui compariva anche la pellicola di Roberto Benigni e Massimo Troisi, a certificare (giustamente?) la grandezza di questa pellicola. A distanza di molti anni, però, come si potrebbe accogliere questa commedia in costume? Merita veramente tutta questa attenzione?

Realizzato in una doppia versione, cinematografica e televisiva, Non ci resta che piangere uscì nei cinema per le festività natalizie del 1984, e gli introiti finali furono di oltre 15 miliardi di lire, attestando la pellicola come il maggior incasso della stagione 1984/1985. La versione per la televisione, invece, fu trasmessa da Canale 5 l’8 dicembre 1986, e aveva una durata di 145 minuti, in cui erano presenti alcune scene in più, soprattutto con il personaggio di Astriaha. Il noto duo di attori, che rientrano nel gruppo di comici qualificato come “melancomici”, con questa bizzarra commedia, al di là di meri intenti commerciali, voleva creare un duo comico che fondesse le loro due differenti tipologie di comicità, un po’ come Totò e Peppino. Però, solo per fare una piccola e puntigliosa precisazione, questa non fu la prima pellicola in cui apparivano insieme, avendo infatti già recitato, seppure non direttamente a stretto contatto, in Morto Troisi, viva Troisi! (1982) di Massimo Troisi e in F.F.S.S., cioè: ‘… che mi hai portato a fare sopra Posillipo se non mi vuoi più bene?’ di Renzo Arbore, in cui l’attore napoletano, non accreditato, era uno degli arabi (c’era persino Vasco Rossi!) che danzavano durante la canzone “Arabian Sound” cantata dallo sceicco Beige (Roberto Benigni). Prima di Non ci resta che piangere, titolo tratto da un verso di Francesco Petrarca (“Epistola ad Barbatum sulmonensem”), i due attori si erano espressi in due distinti modi espressivi, e mentre l’attore napoletano aveva raccolto consensi critici e ampio successo con l’esordio registico Ricomincio da tre (1981) e confermato con Scusate il ritardo (1983) la sua voglia di raccontare storie intimiste e riflessive, Roberto Benigni nel 1983 aveva esordito dietro la macchina da presa con Tu mi turbi, opera composta da quattro brevi storie stralunate che sottolineavano la sua comicità stravagante (almeno fino a Il mostro). Aiutati in fase di sceneggiatura da Giuseppe Bertolucci, regista e mentore del primo Benigni, i due comici s’inventano una storia “assurda” che possa far sgorgare situazioni esilaranti a iosa. Sceneggiatura, comunque, da intendere come semplice struttura, perché i frizzi e i lazzi riempitivi di Troisi e Benigni molte volte erano improvvisate, proprio come nelle pellicole del Principe De Curtis e De Filippo. È su questo elemento, ossia il copione, però che batte la nota dolente di tutto. L’idea geniale di catapultare Mario e Saverio, due comuni figure del Novecento, nell’immaginario paese di Frittole nel 1492, non riesce mai a essere veramente avvincente, e si rivela piatta come le scenografie del paese medievale. Una storia tirata via, in cui primeggiano soltanto alcuni spassosi scambi di battute tra i due attori, e alla fine tutto sembra un gioco in cui la coppia, pseudo-adolescente sperduta in un altro mondo, celia solamente tra di loro divertendosi a punzecchiarsi. Anche i rimandi alla coppia Totò e Peppino, alla fine, risultano poco incisivi, sia nella scena di dettatura della lettera a Savonarola, e sia nel maccheronico spagnolo inventato da Saverio mentre parla con Astriaha (Uguales). Due gag che, tra l’altro, provengono direttamente da Totò, Peppino e la… malafemmina (1956), pellicola che seppur costruita su una sceneggiatura semplice, era di altra caratura. Riguardando Non ci resta che piangere, quello che rimane è solamente il ricordo dell’attore Troisi e di un Benigni ancora cavallo selvaggio. E nella memoria restano solo alcune battute comiche, come l’esternazione di Mario in risposta al predicatore: «Si si… mo’ me lo segno…»; oppure la più quotata, ossia quella con il doganiere, che ripete ai due: «Chi siete? […] Cosa portate? […] Sì, ma quanti siete? […] Un fiorino!».

Roberto Baldassarre

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