(Re)Visioni Clandestine #47: Grazie zia

0

Il ’68 borghese… quasi 69

In Italia non c’è stata una vera e propria Nouvelle Vague, come quelle sorte in Francia, in Inghilterra, in Brasile o in Cecoslovacchia. Solamente tre giovani registi, con i loro primi lungometraggi, hanno raccolto, facendolo proprio, l’innovativo linguaggio “impertinente” tracciato dalle nuove onde (in particolare quella francese) e l’hanno utilizzato per raccontare i disagi della provincia italiana. Bernardo Bertolucci con il pasoliniano mixato con Godard La commare secca (1962) e il personale Prima della rivoluzione (1965); Marco Bellocchio con il tagliente esordio I pugni in tasca (1965); e Tinto Brass con il censurato Chi lavora è perduto (In capo al mondo) (1963) e l’iconoclasta documentario di montaggio Ça ira, Il fiume della rivolta (1964). Maggiore eco, invece, ha avuto in Italia il cinema sorto rapidamente dai fermenti rivoluzionari del Sessantotto, a cui i tre autori precedentemente citati hanno dato il loro contributo, ognuno portando avanti il proprio discorso polemico. Tra il 1968 e il 1970 c’è stato un boom filmico, con frotte di pellicole atte a declamare e portare avanti la sopraggiunta rivoluzione, e prevalentemente questi inneggiamenti ribelli giungevano soprattutto da registi debuttanti, che con le loro sfrontate opere sfidavano il perbenismo – cinematografico – costituito. Di questo exploit cine-rivoluzionario, il debutto più riuscito di quel periodo è Grazie zia (1968) di Salvatore Samperi, che fu presentato in anteprima durante il turbolento Festival di Cannes del 1968.

Salvatore Samperi (1944-2009) si può considerare una di quelle promesse mancate di cui la storia del cinema è lastricata. Autore accolto per questo esordio con interesse, si è poi disperso, anche per racimolare i necessari consensi pecuniari al botteghino, in pellicole di facile pruriginoso erotismo. Il suo nome è rimasto legato a Malizia (1973), che fu primo incasso italiano di quella stagione, alle spalle de Il Padrino (The Godfather, 1972) di Francis Ford Coppola, e che trasformò Laura Antonelli in diva sexy per eccellenza. Pellicola seminale per il successivo sottogenere erotico “vizietti in famiglia”, nelle intenzioni dell’autore doveva essere una caustica disamina sull’ipocrisia della famiglia borghese meridionale, però gli spettatori e i critici l’hanno recepito come un semplice film erotico, poggiando l’occhio solo sul quell’aspetto epidermico. Malizia, per tanto, era un altro tassello di Samperi dedicato al suo tema prediletto, ovvero la rappresentazione, con toni sferzanti, del nucleo familiare borghese, luogo esternamente visto come rispettabile ma internamente pieno d’ipocrisie e inibizioni. L’elemento scatenante che intacca e sconquassa quell’immagine degna sopraggiunge dai bassi istinti, svelando il vero volto del nucleo familiare. Il Sessantottino Grazie zia già mostrava questa peculiare tematica di Samperi, con annesso l’erotismo, sebbene meno pruriginoso e più legato ai turbamenti dell’epoca. Sceneggiato assieme a Sergio Barzini e Pier Luigi Mulargia, la pellicola, che non andò bene ai botteghini, con i suoi toni irriverenti – per quel tempo – non fa sconti a nessuno dei personaggi, e tanto meno alla società di cui fanno parte. La borghesia da impallinare è quella veneta, da cui Samperi proviene, ed è la medesima borghesia sbeffeggiata, nei suoi usi e costumi, in Signore & signori (1966) di Pietro Germi. L’adolescente Alvise (Lou Castel), figlio degenere e viziato, è in un certo qual modo un ribelle, non contro gli agi della casata di cui beneficia ampiamente, ma verso il perbenismo in cui sguazza la famiglia. La sua invalidità è una finzione, un ghiribizzo da bambino, per stare al centro dell’attenzione e poter sottomettere le persone che gli sono intorno. Alvise non è un ragazzo legato alle lotte rivoluzionarie dei giovani che si stanno svolgendo fuori dal suo dorato mondo, ma al massimo s’interessa, con convulsa attenzione, alla Guerra del Vietnam. Un coinvolgimento fintamente maturo (l’ascolto delle radiocronache dal fronte) e più collegato al suo infantilismo: Alvise ha costruito un plastico che rappresenta una zona di guerra vietnamita, in cui soldatini americani uccidono i contadini cinesi. Quest’atteggiamento bambinesco, già accennato nei titoli di testa, è sottolineato in colonna sonora dalla “Filastrocca vietnamita” di Sergio Endrigo con arrangiamento di Ennio Morricone. Detta sequenza, tra l’altro, è nel puro spirito caustico di Jean-Luc Godard. La zia Lea (Lisa Gastoni), l’unico membro della famiglia che sopporta le continue bizze di Alvise, rappresenta il desiderio peccaminoso del protagonista, e simboleggia anche la fantasia erotica di molti spettatori verso una propria parente ancora piacente. Lea, donna ancora nel fiore della bellezza, sebbene sia a un passo dall’entrare nei classici rituali della borghesia (il matrimonio con un uomo rispettabile), cela un animo un poco inquieto, perché non vorrebbe soccombere al grigiore di una vita rispettabile ma fasulla. Lea lentamente regredisce alla stessa condotta di suo nipote, trasformandosi anch’essa in un’adolescente che si comporta in modo sfrontato giocando viziosamente con Alvise, come dimostra la scena in cui scappa da lui e si chiude a chiave in una stanza, ma quando Alvise cerca di far cadere la chiave su un giornale (trucco stravisto in molte pellicole), la chiave non cade perfettamente, quindi la zia la riposizione sul giornale in maniera che lui possa recuperarla e aprire la porta. Lo scardinamento della famiglia, da parte di Alvise è riuscito pienamente, con la servitù che scappa via, la distruzione della villa, e la conquista – sessuale – della zia. La grossa pecca della pellicola, notata sin dalla sua uscita, è di sembrare una variante de I pugni in tasca di Bellocchio, per i toni acidi contro il nucleo familiare, ma soprattutto per la presenza, come giovane dinamitardo della propria famiglia, di Lou Castel, in un personaggio borderline troppo simile a quello del malato Ale. Senza dimenticare che il montaggio di ambedue le pellicole è stato curato da Silvano Agosti, che qui si firma sotto il nome di Alessandro Giselli. Comunque a distanza di anni Grazie zia, opera scaturita da quei turbolenti anni, funziona per gran parte ancora bene, per il bianco e nero di Aldo Scavarda, per il fascino che Lisa Gastoni emana, e per alcuni umori acidi derivanti dallo stile corrosivo della giovane regia di Samperi.

Roberto Baldassarre

Leave A Reply

diciannove − 9 =