Il ritorno di “Boris”

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Dopo 10 anni torna Boris, la nostra serie “poco italiana”

Corinna e Stanis torneranno nei panni di Giulia e Giorgio, con le loro facce basite e i loro primi piani intensi, spronati dall’unico e ineguagliabile grido di battaglia, motto inequivocabile dalla regia, “Viva la merda!”.
Quando 14 anni fa Boris – la serie (2007-) veniva distribuita su Sky, i soggetti nel mirino della satira deliziosamente irriverente erano nitidi, ben delineati. Essi si raggruppavano tutti attorno all’ormai celebre set de Gli occhi del cuore, ed erano l’incipit di una critica che partiva dal contesto audiovisivo italiano (tanto sul piano estetico quanto su quello produttivo), fino a raggiungere trasversalmente le goffe maschere della società (la società dei “figli di Mazinga”). Oggi, quello stesso contesto audiovisivo risulta più complesso, e appare ormai sempre più labile il confine tra “merda” e “qualità”. Questo poiché ad essere messo in discussione è l’oggetto audiovisivo stesso, che si disgrega in una densa rete di canali distanti dalla televisione tradizionale.
La nuova stagione sarà una produzione originale STAR, e a distribuirla sarà il sempre più potente Disney+, vincendo l’antagonismo con Netflix. Se tale notizia desta sconcerto (soprattutto dei fan, che fin da subito si sono cimentati in comici mash-up tra La Sirenetta e Gli occhi del cuore) bisogna ricordare che, in un certo senso, il via a tale processo di destrutturazione dell’oggetto televisivo lo diedero in Italia proprio serie che, come Boris, ottennero il proprio successo grazie alla pirateria.
Prodotta da Fox, Boris è l’apripista della produzione originale e dell’esportazione di una serialità pregiata nei canali nostrani. Sulla scia della quality television americana, che all’inizio del nuovo millennio spopolava con prodotti quali Sex & The City (1998-2004) e I Soprano (1999-2007) essa si ambienta sul set fittizio della fiction italiana, mostrando il dietro le quinte della macchina produttiva Rai. Così, nella magistrale sceneggiatura che, oltre ai nomi di Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, conta quello indelebile di Mattia Torre, scomparso ormai da più di un anno, compare una nuova televisione pronta a canzonare quella vecchia.
Quest’ultima è quella di stagisti sottopagati, di attori raccomandati, di product placement illegali, delle differenze culturali integrate nella Pomezia che si finge fiume Ngube. Lo stesso Pietro Sermonti, che non riesce a sentire l’Africa del set italiano, diventa emblema di questo rovesciamento di senso, passando dal camice del dottor Guido di Un medico in famiglia (1998-2004) a quelli del dottor Giorgio della clinica de Gli occhi del cuore. Il set di Boris sembra infatti prendere come principale riferimento proprio gli scenari della famosa famiglia di nonno Libero, caposaldo di tutti i caratteri principali della fiction all’italiana, radunabili sotto le componenti della “familiarità” e della “sicurezza” – come ci ricorda Gianluigi Rossini, ogni cosa sul set della fiction all’italiana è finalizzata ad evitare l’elemento “ansiogeno”. Così i volti devono essere rigorosamente familiari, i drammi proporzionali ai limiti del politicamente corretto, il sesso un’eco caricaturale. Un enorme specchio del presente del paese, con le sue contraddizioni e le forze politiche che lo governano, e che costringono a cambiare il corso della storia, smuovendo la pigra mente creativa della scrittura.
Forse una delle caratteristiche peculiari di Boris consiste proprio nella capacità autocritica della sceneggiatura. Sono gli sceneggiatori a costituire il maggior bersaglio della macchinosa produzione televisiva italiana. Inquadrati in un perenne ozio sopra la loro barca lussuosa, gli sceneggiatori sono coloro che partecipano il meno possibile alla terribile macchina produttrice di “monnezza”, per poi uscirne vittoriosi (se non altro in termini economici). E se, come rilevava René Ferretti con tono amaro, “una televisione diversa è impossibile”, Boris ci ha dimostrato il contrario, o se non altro ci ha insegnato che una scrittura diversa è possibile. Una scrittura intertestuale, irriverente, comica ma mai macchiettistica. Una scrittura, soprattutto, capace di generare un dialogo continuo, che perdura nei numerosissimi discorsi che la serie televisiva genera da anni a questa parte.
A ben vedere, la modernità di Boris risiede proprio nello svincolarsi dal prodotto seriale qual è. Oggi Boris è anzitutto una citazione, un riferimento, compare come oggetto di culto tra i fan sui nuovi media, ma si divulga anche tra coloro che non lo hanno mai visto. E fa ridere lo stesso. Così spopolano i meme, non mancano pagine come Gli occhi del conte, la serie diviene oggetto di citazione persino all’interno di gruppi a tema politico, quali Hipster Democratici.
Tutti conoscono Boris, pur non conoscendolo davvero: esso è il punto di riferimento di uno scenario collettivo, quello delle cose fatte in Italia, un po’ “a cazzo di cane”, nella televisione e non. Boris è la descrizione veritiera di quei territori di difficile catalogazione: le maestranze dimenticate, il limite tra legalità e illegalità, le cosiddette terre di mezzo. E persino la sottoscritta, quando sul suo primo set chiese allo stagista come fosse lavorare nel cinema, si sentì rispondere “C’hai presente Boris? Ecco.”.
In un certo senso, proprio il suo non esser più oggetto seriale, e il suo essere essenzialmente qualcosa di altro, è il motivo di maggiore preoccupazione per la riuscita di una nuova stagione. Ci si chiede, in sostanza, se le aspettative di quel target che vive nell’attualità di messaggi sempre più frenetici, sia in grado di fruire di un prodotto che lento non è, ma che appare lento dinnanzi all’immagine diffusa di sé (quella mediatica).
La risposta, ancora una volta (e ciò è “molto italiano”) si dispiega in chiave nostalgica, e se è bello vedere cosa sono riusciti a diventare Arianna e Alessandro, è ancora più bello immaginarli nelle potenzialità del divenire, nell’incrocio di tutte le vie possibili di quel futuro italiano (artistico e non) che non è ancora arrivato, e che noi giovani possiamo idealizzare un altro po’.

Silvia Campisano

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