(Re)Visioni Clandestine #34: Suor omicidi

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Sotto la tonaca niente

From the Secret Archives of Vatican
(slogan per promuovere la pellicola)

Un titolo accattivante e un cast di stelle – ormai cadenti – erano, sovente, le peculiarità di molti prodotti sfornati dal cinema bis italiano. Il titolo seducente – meglio ancora se accompagnato da un manifesto visualmente promettente – è come la copertina dei libri, ha la funzione di acchiappare l’interesse dell’acquirente (cioè lo spettatore). Gli apprezzati nomi che possono comporre il cast, invece, servono a dare un’aurea di pregio alla pellicola, cercando di trasformarla da mero prodotto a opera d’arte. Suor omicidi (1979) di Giulio Berruti rientra pienamente in queste scelte di furbesco marketing cinematografaro, avendo per titolo un argomento intrigante e nel cast attori famosi – ma già in disuso – e un paio di nomi apparsi recentemente in pellicole di successo. Oltre a questi due avvincenti elementi, la didascalia iniziale vaticina con tono solenne che l’assunto a cui si assisterà è attinto da fatti realmente accaduti non molti anni prima in uno stato del Nord Europa. Suor omicidi è, pertanto, una pellicola che merita di essere visionata?

Il film di Berruti va visto non per delle possibili qualità, che scarseggiano ampiamente, ma proprio per quegli elementi che la compongono. Sceneggiata assieme ad Alberto Tarallo (attore di seconda fascia in qualche film), è la seconda regia di Berruti, maggiormente attivo come montatore, come ad esempio attestano le sue partecipazioni ad Hanno cambiato faccia (1971) e Baba Yaga (1973, ambedue diretta da Felice Farina. Questa sceneggiatura cerca di fondere due filoni, quello che hanno come protagoniste suore calde e il thrilling di stampo argentiano. Il primo genere era esploso l’anno precedente con Interieur d’un convent (Interno di un convento, 1978) di Walerian Borowczyk, in cui il maestro dell’erotismo esplorava il sesso che ribolliva sotto i sai delle monache, e che nel 1979 Joe D’Amato ricalcò con Immagini di un convento. Benché in Suor omicidi non ci sia quell’erotismo spinto delle due pellicole suddette, la vicinanza è maggiormente marchiata da Paola Morra (Suor Mathieu), che era apparsa in un piccolo ruolo nel film di Borowczyk e nella pellicola di Berruti è l’unica che concede le sue grazie discinte, dormendo inopinatamente nuda. Sul versante del thrilling, che si poggia sull’idea del misterioso assassino, le scene degli omicidi scopiazzano lo stile di Dario Argento – nella fattispecie Profondo rosso (1975) –, ma la forgia di tali efferati assassinii è sbiadito e svacca nel ridicolo. Tale commistione di generi non funziona, proprio perché se da un lato c’è un fiacco ricalco argentiano, dall’altro manca una vera morbosità erotica, che si palesa solo nei desideri saffici di Suor Mathieu o dall’improvviso svago erotico – senza denudamenti – di Suor Gertrud (Anita Ekberg). Senza includere le sequenze in cui scaturisce un umorismo involontario (Suor Gertrud che sgrida davanti a tutti la vecchia Josephine, o l’accoglienza da parte dei malati del giovane Medico Patrick). Più intrigante è la variegata compagine degli attori, che generano ulteriori connessioni con altri “generi”. Alla già citata Morra, va aggiunto l’enfant terrible Lou Castle, che qui interpreta un insolente invalido simile a quello che interpretò in Grazie zia (1968) di Salvatore Samperi, ma che per il carattere ha anche dei rimandi con l’Alex de I pugni in tasca (1965) di Marco Bellocchio. Anika Ekberg, dal corpo un poco pingue, conserva ancora un certo fascino, ma mostra solamente la sua schiena nuda fugacemente. Massimo Serato interpreta nuovamente un medico travolto dalla “sfortuna”, dopo aver interpretato un altro primario ne Il ginecologo della mutua (1977) di Joe D’Amato. Alida Valli ha solo un paio di pose, e interpreta un’austera Madre Superiora che pare ricalchi il ruolo della dura insegnante interpretata in Suspiria (1977) di Dario Argento. Joe Dallessandro, icona del cinema underground americano, pare precipitato casualmente in Suor omicidi, e la sua già conclamata recitazione mediocre, qui è ancor più cagnesca. Infine, un cenno a parte merita l’attore Brunello Chiodetti, che nel film di Berruti interpreta fugacemente l’uomo che soddisfa le voglie di Suor Gertrud. La faccia – ma soprattutto la parte pelvica – di Chiodetti, attore di terza fila nel cinema normale, acquisirà “importanza” nel primo lustro del cinema hard italiano, essendo un proto pornoattore valevole.

Roberto Baldassarre

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