Joe Dallesandro, seventy years old

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Erano i capei d’oro a l’aura sparsi

Solo lui poteva nascere il 31 dicembre, come se avesse atteso, con il piglio neghittoso e indifferente esaltato da Paul Morrissey in pellicole di culto, che l’anno passasse, senza alcuna fretta di agguantarne il flusso, di intrufolarvisi. Il 31 dicembre del 1948, sicché oggi, Joe Dallesandro, al secolo Joseph Angelo D’Alessandro III, soffia su ben settanta candeline. E, tuttavia, la sua immagine giovanile, la bellezza sfrontata del beefcake della East Coast, corpo scultoreo, capelli vellutati, broncio irresistibile, l’aria assorta e insieme maliziosa di certe figure virili dipinte da David Hockney, sono ancora vivide nella memoria collettiva. Come l’espressione impassibile, la prossemica trasandata, il minimo sindacale di virtù recitative che lo hanno eletto a emblema della Factory di Andy Warhol e delle sue cialtronesche creazioni.
Una fanciullezza travagliata tra la Florida e New York, una famiglia poco raccomandabile, il precoce avvicinamento alle droghe. È ancora adolescente e già un ladro d’auto, Joseph; e gli aneddoti, a riguardo, sconfinano nell’epica (metropolitana). Basti menzionare la pallottola sparatagli nella gamba da un poliziotto durante un inseguimento. E a suggello di tutto ciò, venne il carcere. Gioventù bruciata, insomma. Con il talento, tuttavia, di risorgere dalle proprie ceneri. Il fisico, certo, non gli manca e, messosi a lavorare come modello, Joe diviene, in breve, uno dei protetti del fotografo Bob Mizer e dei beniamini dell’Athletic Model Guild, immortalato in pose plastiche e scatti senza veli che deliziavano gli omosessuali dell’epoca. Da lì, l’attrazione nell’orbita della Factory fu conseguente. E il ragazzo un tempo perduto prende così a spogliarsi davanti alla macchina da presa, offrendo le grazie aulenti di una sensualità lasciva e innocente al contempo a film che, per il budget risicato, l’informalità della confezione, la fotografia sgranata, il sonoro frusciante, le improvvisazioni dei performer, i soggetti sconclusionati, sono il sinonimo più appropriato di indipendente e underground.
Dallesandro viene impiegato da Morrissey, artista geniale, in Lonesome Cowboys (1968), stravaganza western, soporifera o esilarante a seconda dei gusti, co-diretta dallo stesso Warhol, ma, soprattutto, nella fenomenale trilogia Flesh (1968), Trash (1970) e Calore (Heat, 1972), nei panni, prontamente sfilati, ora di un prostituto e tenero padre di famiglia angariato da una moglie mezzana, ora di un eroinomane spento, accidioso e impotente nei bassifondi lerci della Grande Mela, ora di un attore a caccia di scritture e spasimante di una diva obliata in una strepitosa parodia di Viale del tramonto. Tutte facce di una società alienata, corrotta, infelice, frustrata. Il retropalco buio e tarlato della ribalta capitalistica. Sempre per Morrissey, Joe è prima un servo seduttivo e sciupafemmine, poi il bracciante socialista che annienta il vampiro conficcandogli un palo nello sterno nel dittico horror-sarcastico, gioiello di truce ironia, Il mostro è in tavola… barone Frankenstein (Flesh for Frankenstein, 1973) e Dracula cerca sangue di vergine… e morì di sete!!! (Blood for Dracula, 1974), ambedue made in Italy e con un cast che ha dell’incredibile (c’è perfino Vittorio De Sica…).
Dello stallone d’oltreoceano gli italiani, a dire il vero, non tarderanno a invaghirsi e ne sfrutteranno la cinegenia in vari lungometraggi, per lo più polizieschi. Dall’indolenza narrativa delle opere di Morrissey ai ritmi serrati, all’affabulazione grintosa, ai movimenti di macchina acrobatici, al montaggio incalzante del crime movie nostrano la distanza è siderale, ma Joe, rigorosamente doppiato, affronta la prova con impegno e dinamismo. E ha modo di lavorare anche con registi capaci: per Pasquale Squitieri è un criminale in inarrestabile ascesa, presaga di tragico epilogo; per Fernando Di Leo l’evaso che sequestra, in una cascina, una famigliola viziosa e turpe. I film, per chi non li ricordasse, sono L’ambizioso (1975) e Vacanze per un massacro (1980). Non è male, d’altro canto, neanche il thriller torinese di Vittorio Salerno Fango bollente (1975), in cui tre piccolo borghesi (tra cui Joe), per combattere il logorio di professioni castinganti, si abbandonano ad atti di teppismo e depravazione via via più pericolosi. Certo, perlustrare questa fase della carriera del nostro adone significa anche imbattersi in chicche inimmaginabili. Come qualificare Suor omicidi, fiera dell’assurdo allestita da Giulio Berruti nel ’79? Giusto per rendere l’idea: Anita Ekberg è una monaca ipocondriaca e morfinomane che ammazza i degenti alla clinica psichiatrica dove presta servizio; Dallesandro il dolce medico che la smaschera ma che finirà a sua volta ucciso da un’altra religiosa innamorata dell’assassina seriale…
Neanche i francesi, comunque, furono immuni all’avvenenza del fustacchione a stelle e strisce, neppure la crema del ceto autoriale gallico: Louis Malle lo irretisce, infatti, nel visionario Luna nera (Black Moon, 1975), Jacques Rivette lo affianca a Maria Schneider in Merry-Go-Round (1981), rompicapo très rivettienne in cui ambiguità e mistero spadroneggiano. Invece, uno dei faraoni del cinema osé, Walerian Borowczyk, lo pone, nel ’76, accanto all’ icona erotica Sylvia Kristel, chiedendogli, nel Margine (La marge), di impersonare un uomo disperato e finito.
L’apparizione, nel 1984, in Cotton Club di Francis Coppola, nella parte di Lucky Luciano, dischiude a Joe l’adito di produzioni per un più ampio pubblico, ma non il portale maggiore. Ruoli fondamentalmente secondari, titoli per più trascurabili. Rappresentano un’eccezione, per meriti esclusivamente stilistici, il musical pirotecnico di John Waters Cry Baby (Cry-Baby, 1990) e il revenge movie di Steven Soderbergh L’inglese (The Limey, 1999), nei quali un maturo Dallesandro è, rispettivamente, un predicatore cristiano che cerca di redimere le ragazzacce e i teddy boys amici del figlio e il killer che tenta, invano, di fare la pelle a Terence Stamp. Una delusione si è rivelata, invece, la commedia indie Los Angeles senza meta (L.A. Without a Map, 1998), perché a Mika Kaurismäki, che l’ha diretta, non è riuscito, nella sua escursione statunitense, ciò di cui era stato capace il fratello Aki ai tempi di Leningrad Cowboys Go America: conservare personalità e carattere. Joe, in ogni caso, appare in un paio di scene soltanto, nel ruolo di un fotografo volgare che si approfitta delle aspiranti attrici.
Se già cinque decenni o quasi non gli avessero gravato sulla schiena e una coltre di pinguedine avvolto il non più invidiabile personale, be’, chi sarebbe stato più adatto di lui a interpretare, nel ’97, lo stolido e vanesio porno-attore protagonista di Boogie Nights di Paul Thomas Anderson? Ora, per un rilancio lussuoso, ci vorrebbe, invece, uno di quei cineasti che, come Luca Guadagnino, hanno in uso di disseppellire le vecchie glorie per coinvolgerle in rituali cinefiliaci ai limiti del metalinguistico. L’alternativa è continuare ad amare Joe Dallesandro per il ragazzo da marciapiede biondo, polposo e infingardo che fu. Staremo a vedere…

Dario Gigante

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