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Return to Silent Hill

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VOTO: 4,5

L’amor perduto

Correva l’anno 2006 quando Christophe Gans adattava per il grande schermo Silent Hill, ovvero il primo capitolo della celebre saga di videogiochi survival horror prodotto da Konami e pubblicato nel 1999 come esclusiva della console Sony PlayStation. Di anni ne sono trascorsi una ventina esatti e nel frattempo in pochissimi – noi compresi – avrebbero scommesso anche sono un euro sulla possibilità che qualcuno rimettesse le mani sul progetto, a maggior ragione dopo il disastroso sequel del 2012 firmato da MJ Bassett dal titolo Silent Hill: Revelation 3D. Eppure c’è qualcuno che non ha desistito, nonostante quello sciagurato secondo capitolo sembrava avere messo una pietra tombale sul franchise cinematografico. Quel qualcuno è proprio Gans, già regista di Crying Freeman e Il patto dei lupi, ma anche del traballante adattamento del 2014 di La bella e la bestia, che con il chiaro intento di cancellare dagli annali e dalla memoria collettiva la pellicola diretta dalla collega britannica quattordici anni or sono ha voluto ripartire dalle fondamenta, ossia dai personaggi, dalle creature mostruose e dalla trama originali del videogioco Silent Hill 2, così da dare al capitolo iniziale un seguito degno di nota. Suo e nostro malgrado però, pur facendo meglio (anche se non ci voleva poi tanto) dell’obbrobrioso episodio stereoscopico di cui sopra, il cineasta francese non è riuscito nell’intento. Il suo Return to Silent Hill, nelle sale nostrane a partire dal 22 gennaio 2026 con Midnight Factory, purtroppo fallisce il bersaglio, mandando in frantumi quelle che erano le speranze del pubblico e dei cultori della materia videoludica.
A questo nuovo capitolo, basato sull’acclamato videogame uscito nel 2001 e conosciuto anche dalle generazioni più giovani grazie al remake uscito nel 2024, non sono bastati la “fedeltà” all’originale, le competenze tecniche di Gans e del suo team, e nemmeno il riportare sullo schermo l’atmosfera disturbante e angosciante che ha reso celebre il franchise videoludico. Partiamo dalla scrittura, che ha visto Sandra Vo-Anh e Will Schneider affiancare il cineasta di Antibes. Come ogni capitolo, la storia di Silent Hill 2 si muove in modo indipendente dal resto della saga e così di pari passo procede anche la trasposizione. Il ché significa che Return to Silent Hill ha una sua autonomia narrativa e drammaturgica rispetto al primo film e dalla sua fonte d’ispirazione. Ciò vuol dire che l’opera può anche essere fruita indipendente dalla visione dei film precedenti. Ma per colore che non la conoscessero, la vicenda ci conduce al seguito di James e Mary, una coppia perfetta: giovani, belli e profondamente innamorati, che decidono di andare a convivere nell’incantevole cittadina di Silent Hill. Ma presto qualcosa si rompe e nulla tornerà come prima. Tormentato dal ricordo di Mary, James fa ritorno a Silent Hill, richiamato da una lettera della moglie. Le rive del lago, un tempo piene di vita, sono una terra desolata totalmente trasformata, dove fanno da padrone morte e distruzione. È una vecchia radio a informare James che il luogo in cui si trova è in stato di emergenza e nel momento in cui il suono della sirena squarcia la fitta nebbia, figure semiumane e distorte emergono invadendo le strade. James, disperato, inizia la sua allucinata ricerca di Mary, fra i palazzi abbandonati e inquietanti, dove la presenza del mostruoso non teme di rivelarsi. Ad attenderlo, un viaggio tormentato che metterà a nudo le colpe, le ossessioni più intime e i segreti più oscuri.
A fare da sfondo alle disavventure del protagonista, qui interpretato da un altalenante Jeremy Irvine, un qualcosa che va ben oltre la semplice cornice, ma una topografia che nel ventre malato e nel suo cuore ridotto in cenere partecipa attivamente al racconto come una specie di purgatorio in cui si confondono realtà e incubo. In questo Gans e la sua crew, a cominciare dal direttore della fotografia Pablo Rosso e dalle scenografe Mina Buric e Jovana Mihajlovic, si sono dimostrati particolarmente abili, con la cittadina di Silent Hill ridotta dopo gli antichi splendori a una via di mezzo tra Černobyl e un girone infernale. Quella compiuta da James per la sua Mary infatti ricorda da una parte il mito di Orfeo ed Euridice, dall’altra la discesa agli inferi di Dante e il viaggio ultraterreno del Chris di Al di là dei sogni. Dal canto suo, l’oscura città di Return to Silent Hill assume le sembianze di una terrificante realtà alternativa che contiene le risposte agli orribili incubi che affliggono il personaggio principale, costretto a fare i conti con l’incapacità di elaborare il lutto e le conseguenze psicologiche derivanti dalla perdita dell’amata. In tal senso, la pioggia di cenere, il cielo rosso sangue e le apparizioni delle creature, tra cui quella di Pyramid Head, diventano estensioni della psiche di James: sono presenze che sembrano affiorare dalle fratture della sua coscienza, mentre la città stessa reagisce emotivamente, mutando forma e atmosfera attorno a lui. Ne nasce un’esperienza cinematografica che non osserva l’incubo dall’esterno, ma vi immerge lo spettatore, affidando ai mostri il compito di rendere visibile ciò che nella mente del protagonista resta indicibile. Da qui scaturisce l’orrore nel subconscio sul quale puntano decisi gli autori per destabilizzare la fruizione, al quale si vanno ad aggiungere il fattore shocker e la tecnica del jumpscare per alzare la temperatura. Ne scaturisce una lunga seduta psico-analistica accompagnata dalla colonna sonora di Akira Yamaoka che tenta di scaraventare lo spettatore di turno nella mente alterata del protagonista, ma che a conti fatti consegna a chi guarda una visione soporifera.

Francesco Del Grosso

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