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Lo sguardo di Emma

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VOTO: 7

Turpi rimozioni elvetiche

Il tema dell’atteggiamento ambiguo che ebbe nel corso della Seconda Guerra Mondiale la Confederazione Elvetica, la cui neutralità venne garantita anche attraverso compromessi o autentici atti di sudditanza nei confronti del Terzo Reich, tra i quali a risaltare negativamente, ahinoi, è pure il destino di quei fuggitivi ebrei respinti o addirittura riportati dalle guardie al confine per essere poi consegnati alle SS e quindi a morte certa, s’affaccia periodicamente nel panorama del cinema svizzero più impegnato socialmente e politicamente. Fa fede in tal senso un vero e proprio “classico” come La barca è piena (Das Boot ist voll, 1981) di Markus Imhoof. Interessante è qui annotare come tale titolo facesse esplicito riferimento a una metafora che Eduard von Steiger, a capo del Dipartimento Federale di Giustizia e Polizia in quegli anni, utilizzò nel discorso pronunciato il 30 agosto 1942 presso la chiesa protestante di Oerlikon, paragonando la Svizzera a una scialuppa di salvataggio troppo piccola e affollata per accogliere altri rifugiati.
Ebbene, in Lo sguardo di Emma (À bras-le-corps/Silent Ribellion)di Marie-Elsa Sgualdo, presentato fuori concorso al Trieste Film Festival 2026, la speculare predica di un pastore determinato invece a mettere alla berlina l’ignavia dei propri connazionali, nella chiesetta di un villaggio non distante dalla frontiera, sembrerebbe parafrasare proprio tale metafora condannandone l’evidente ipocrisia.
Viste le tensioni etiche presenti nel lungometraggio d’esordio – precedentemente passato a Venezia 2025 – della cineasta elvetica, già autrice di svariati corti, fa piacere che la sua opera sia stata proiettata a Trieste alla presenza di diverse classi scolastiche, nell’ambito di un rodato progetto educativo. Meno “esaltante” è stata almeno all’inizio la reazione di alcuni studenti, intenti sin dai titoli di testa a fare un po’ troppa “caciara”. Per fortuna i più esagitati dopo un po’ sono venuti a più miti consigli e tutto il pubblico della matinée ha poi seguito l’evento con una certa attenzione e partecipazione emotiva.
Protagonista del film è Emma, ragazza introversa, pudica e dai sentimenti genuini, sinceri, rimasta incinta dopo l’occasionale rapporto “estorto” violentemente da un arrogante rampollo della borghesia locale. Il suo percorso di formazione irto di traumi e di difficoltà la vede da un lato vessata da chi le sta intorno, con pochi e spesso effimeri slanci solidali, in quella ricerca di una soluzione umana e dignitosa alla così delicata situazione toccatole in sorte; dall’altro la rende testimone delle terribili ingiustizie subite dagli Ebrei e dai dissidenti politici rifugiatisi oltre confine dalla Germania nazista.
Ecco, se si può rimproverare qualcosa allo script per molti versi lodevole di Lo sguardo di Emma, è senz’altro il sacrificare un po’ troppo nella seconda parte del film quel dramma collettivo, restringendo l’obbiettivo su Emma e sul bambino, resi entrambi oggetto degli strali e delle cattiverie gratuite di quella cultura maschilista, oppressiva e bigotta, che ha imperversato a lungo nella piccola nazione alpina. Fortunatamente almeno i più illuminati tra i cineasti svizzeri si sono fatti carico, più di una volta, della denuncia di tale sistema. E anche Marie-Elsa Sgualdo, coi limiti di cui sopra, pare in possesso di tutti gli strumenti atti a scardinare quelle visioni così anguste, retrive, a partire da una certa freschezza narrativa e da un uso vivace della macchina da presa, evidente ad esempio nel liberatorio e catartico epilogo.

Stefano Coccia

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