Posta silenziosa, posta pericolosa
In una selezione nel suo complesso piuttosto variegata come quella del Trieste Film Festival 2026, sia in termini di generi che di temi trattati, fa piacere ritrovare, in scala ridotta, la stessa varietà nella sezione dedicata al cinema per i più giovani, denominata TSFF dei piccoli. Così, se un titolo come Tales from the Magic Garden andava a recuperare lo strumento dell’animazione stop-motion, per trattare i temi della memoria, del lutto e del potere salvifico delle storie, questo Secret Delivery (Tichá posta) va invece a impattare un tema certo più urgente nella sua attualità, seppur disgraziatamente mai del tutto anacronistico: quello delle guerre e del loro impatto sull’infanzia, attraverso il paradigmatico esempio – tuttora vivo nella memoria delle generazioni più anziane, prima ancora che nei libri di storia – della Seconda Guerra Mondiale. La fonte, in questo caso, è il libro omonimo dell’autore cecoslovacco Jiří Stránský (scomparso nel 2019), scritto prendendo spunto dalla vera storia appresa, durante la sua prigionia sotto il regime filosovietico, da un suo compagno di cella; quest’ultimo era stato testimone – nelle vesti di genitore di uno dei ragazzini coinvolti – dell’incredibile impresa, compiuta nella zona al confine tra i Sudeti e il Protettorato di Boemia e Moravia, dei giovanissimi Jira e Jochen: questi, amici inseparabili nonostante l’appartenenza a fronti militarmente contrapposti, erano riusciti a portare in salvo – insieme a un pugno di altri amici – un ufficiale francese ferito, il cui aereo era precipitato nella zona di confine. La strategia messa a punto dai ragazzini è una pericolosa variante del gioco del “telefono senza fili” (in cieco “posta silenziosa”, come recita il titolo originale); qui, il “messaggio” trasmesso da una persona all’altra – in questo caso da un villaggio all’altro in cui sono presenti membri della resistenza – viene sostituito dal corpo dell’uomo ferito, che dovrà così raggiungere il confine. Siamo nel 1945, poco prima della definitiva resa del Terzo Reich.
L’aver interpretato la più “adulta” delle azioni – la protezione di un nemico, ricercato da un esercito occupante – come un emozionante gioco, fornisce la principale chiave di lettura per un’operazione come quella di Secret Delivery. Nonostante la filiazione da eventi reali, infatti, è del tutto evidente la dimensione fiabesca e avventurosa di tutto l’impianto narrativo del film, orchestrato (anche) tramite la trasgressione delle regole imposte dagli adulti e la solidarietà tra coetanei; ai due giovanissimi protagonisti si aggiunge infatti presto la sorella maggiore di Jira, la determinata Anka, e un paio di compagni di scuola. La stessa mappa vergata da quest’ultima (inquadrata a intervalli regolari dalla regia, un po’ didascalicamente ma efficacemente) dà un’idea del senso della quest del gruppo di ragazzi, oltre a sottolineare la dimensione universale del viaggio – inteso, come da copione, anche come crescita e sfida alle difficoltà – da loro intrapreso. All’enfasi sulla brutalità della guerra, lasciata quasi sempre fuori campo, il regista Ján Sebechlebský (alle sue spalle un lungo curriculum televisivo) preferisce quindi la celebrazione del coraggio dei piccoli protagonisti; l’eccitazione di un gioco che per la prima volta sconfina (per davvero) nel territorio degli adulti, vissuto però col candore spassionato e spudorato di un’avventura infantile. Un’avventura che – informata com’è di quel senso etico “totale” e privo di compromessi che caratterizza lo sguardo dell’infanzia – a un certo punto impone pure la trasgressione delle stesse regole del gioco: siccome il pilota Pierre “è nostro”, come ripete a più riprese lo stesso Jira, siccome siamo stati noi due a trovarlo e a soccorrerlo per primi, saremo proprio noi ad accompagnarlo nelle varie tappe del suo viaggio.
Un viaggio il cui successo finale, com’è facile immaginare, non mettiamo mai realmente in dubbio; vuoi per la dichiarata derivazione del film da eventi che già ci sono stati svelati, vuoi perché la sua stessa impostazione – in termini di tono e atmosfere – lascia ben pochi dubbi sull’happy ending, la nostra curiosità è più che altro sul come i protagonisti coroneranno infine la loro impresa. Tuttavia, in questa ricercata levità – e in questo voluto distacco dalla concezione più stringente di verosimiglianza – la regia di Secret Delivery riesce comunque a mantenere un sufficiente grado di tensione narrativa, specie nei pochi (ma pregnanti) incontri dei protagonisti con le truppe tedesche. La guerra, come dicevamo, è quasi sempre fuori campo: ma i suoi effetti, nondimeno, si colgono indirettamente lungo tutta la storia, pur contrappuntati e alleggeriti dall’humour che la sceneggiatura, in vari punti, vi dissemina. La grottesca “performance” dell’ufficiale nazista nella classe dei protagonisti, in questo senso – capace di generare in parti uguali derisione e repulsione – ben rappresenta l’anima più pedagogica (e quindi ancorata alla realtà) del film di Ján Sebechlebský; un costante richiamo al fuori campo (in cui, sembra dirci il regista, la guerra fa danni ben maggiori, e le avventure spesso e volentieri finiscono male) che fa anche perdonare al film qualche passaggio narrativo effettivamente più improbabile del dovuto – i ripetuti passaggi davanti ai militari del carro col pilota nascosto dal fieno – pur tenendo conto dei contorni dell’operazione. Debolezze che vengono comunque ben bilanciate dall’ottima confezione del film, che valorizza al meglio i paesaggi sconfinati e innevati delle location tra i monti, ad esaltare l’afflato avventuroso che il regista così dichiaratamente ricerca. Al netto di qualche sbavatura – tra cui includeremmo anche una voce fuori campo occasionale e superflua – possiamo quindi dire che Secret Delivery raggiunge, agevolmente, lo scopo che si era prefisso.
Marco Minniti









