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Retour en Alexandrie

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VOTO: 6,5

Non è mai troppo tardi

Nella lista dei registi provenienti dalle diverse latitudini venuti a Bari per accompagnare il proprio film alla 15esima edizione del Bif&st figurava anche lo svizzero Tamer Ruggli, che alla kermesse pugliese è intervenuto per presentare nel concorso della sezione Panorama Internazionale la sua nuova fatica dietro la macchina da presa dal titolo Retour en Alexandrie (Back to Alexandria).
Quella in questione rappresenta per il cineasta di Zurigo, che alle spalle aveva diversi cortometraggi tra cui il frammento del film collettivo Over the Rainbow (il cui episodio battezzato Cappuccino è tra l’altro uno dei più riusciti), la vera opera prima. Il ché lo avrà spinto, vuoi per l’importanza che per il valore affettivo, a metterci un po’ di se stesso non solo dal punto di vista artistico e creativo, ma anche da quello umano e personale. Sarà per questo che nella storia narrata e nei personaggi che la animano ci sono tracce di lui, del suo passato, dei suoi affetti e dei suoi ricordi d’infanzia, ai quali ha attinto a piene mani per dare forma e sostanza, con la complicità in fase di scrittura di Marianne Brun e Yousry Nasrallah, allo script. Ed è con loro che è riuscito a metterli in ordine, partendo e ispirandosi in particolare a quanto accaduto alla madre, quel tanto da portare sullo schermo la storia di Sue, una donna che dopo vent’anni di assenza torna in Egitto, sua terra d’origine, per riallacciare i contatti con sua madre Fairouz, eccentrica e bellissima aristocratica. Nel viaggio che la porterà dal Cairo ad Alessandria, Sue si riavvicinerà alla sua famiglia e si confronterà con ricordi al contempo sorprendenti e dolorosi. Riconciliandosi con il suo passato, diventerà finalmente la donna forte e indipendente che è destinata ad essere.
Retour en Alexandrie è dunque la storia di un incontro e di un ritorno. Lungo queste due direttrici, destinate a convergere nel finale in una sola, Ruggli costruisce un racconto fatto di sorprese e cambi di registro. Tra le componenti drammatiche e quelle più spiccatamente comiche, il regista elvetico inserisce un ingrediente favolistico tipico del realismo magico che permetta al plot e ai personaggi di vestirsi tanto di verità quanto di fantasia. Il ché consegna allo spettatore di turno un’opera che esplora il ventaglio delle emozioni cangianti con e attraverso le tonalità e le sfumature presenti sulla tavolozza dei colori a disposizione per parlare di tematiche universali come i legami affettivi e generazionali. Tematiche, queste, che riversate nelle pagine dello script prima e nella timeline poi diventano la materia prima per alimentare il racconto e le dinamiche tra le due protagoniste, qui interpretate da altrettante attrice di bravura, sostanza e grandissima affidabilità come Fanny Ardant e Nadine Labaki. Nei tanti momenti che le vedono dividere la scena alzano e di tanto l’asticella, creando tra loro una bellissima alchimia che strappa ulteriori sorrisi, di commuove e solleva spunti di riflessione. Dal punto di vista formale ad arricchire la confezione ci pensa invece la fotografia Thomas Hardmeier. A lui si devono le immagini molto curate e dal gusto retrò che consentono al film e al suo autore di dipingere sullo schermo quadri nostalgici e vintage perfettamente in linea con le atmosfere e la natura del racconto.

Francesco Del Grosso

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