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Renoir

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VOTO: 7

Renoir è vivo e lotta con noi

«L’universo si sta dilatando», dice Alvin bambino, alter ego infantile di Woody Allen in Io e Annie, nel ritratto di un fanciullo che si mostrava già eccentrico e cupo. Una mentalità cinica quanto ingenua come quella di Fuki, la protagonista del film Renoir, opera seconda di Chie Hayakawa, in concorso al Festival di Cannes 2025. La regista giapponese si era segnalata per il suo primo film, Plan 75, presentato proprio qui, in Un certain regard, dove vinse la Camera d’or. Si trattava di una satira distopica su un mondo dove la produttività rappresenta l’unico valore, su una società che arriva a tagliare, chi, come gli anziani, è economicamente infruttuoso. La cineasta sembra aver completamente cambiato stile, e approccio, con questa nuova opera con la quale è stata avanzata di posizione sulla Croisette. Eppure, torna un tema, quello della senescenza, della fine della vita, di quella fase finale dell’esistenza dove si è a carico degli altri, di figli e famigliari, un carico gravoso. Forse per questo motivo, tra i due film c’è uno scarto temporale, tra un mondo indefinito, ma indiscutibilmente collocato nel presente, di Plain 75, e il 1987, l’anno in cui è ambientato Renoir, l’era che combacia per il Giappone all’inizio della bolla speculativa e del cosiddetto decennio perduto, ovvero di quella percezione di instabilità che ha interrotto la fase di prosperità precedente. Quello è il punto di partenza che porta dritti alla realtà di oggi, resa in modo traslato dal primo film della regista. Proseguendo nella comparazione delle due opere, c’è comunque una specularità tra una trattazione realistica e naturalistica di un presente alternativo distopico, e un tono surreale, scanzonato con cui si tratta una realtà famigliare dura che mina la spensieratezza dell’infanzia, ovvero la vita con un padre malato terminale. Un tono che rappresenta un meccanismo di difesa, per la bambina, per la madre, per il film stesso e che si gioca su una gratuità leggera, dove può comparire all’improvviso una nave da crociera su cui si balla, su un tono scanzonato con cui raccontare situazioni pesanti come la perdita del padre o l’incontro con un pedofilo.
Renoir non è un semplice coming of age o un racconto esperienziale di una bambina messa di fronte ai fatti della vita. Il film è il ritratto di una piccola donna straordinaria, stravagante ed eccentrica come la sua pettinatura, che balla e pratica sport, che ha assimilato il concetto di morte e che tratta con una visione catartica e intellettuale, simile appunto al Woody Allen fanciullino di cui sopra. Memorabile il momento in cui dice alla sua insegnante privata di inglese del funerale del padre, che peraltro a un certo punto semplicemente svanisce, lasciando fuori campo il momento della dipartita. La donna è sconvolta e manifesta tutte le doglianze a Fuki, la quale semplicemente rimane impassibile. In ciò vi è anche un confronto tra la concezione occidentale, che drammatizza e si strugge, e quella orientale con la sua ben nota serena rassegnazione. A Fuki è anche concesso di diventare una narratrice interna, anzi una regista interna. Le sue compagne piangono per la sua morte, avvenuta per omicidio, le vediamo in un video amatoriale disperate ma sembrano false, recitano male. Tutto questo si rivela nulla più che un racconto, un tema funereo che la bambina legge in classe, giocando così anche con una stratificazione dei media, il video, la scrittura. In altri momenti Fuki lascia il ruolo di visione onnisciente allo spettatore, unico a capire la pericolosità della situazione in cui si è infilata, incontrando il pedofilo. Renoir è un favoloso mondo di Fuki in una favola nera. Un mondo che osserviamo come nell’acquario della bambina, un microcosmo poetico, popolato da simboli e suggestioni visive, con un ricco apparato iconografico di contorno, che va dalle immagini in bianco e nero, da fotografia sociale stile Salgado, di bambini africani denutriti, al ritratto di Irene Cahen d’Anversa di Auguste Renoir, di cui la bambina, che vede morte ovunque, chiede se sia ancora vivo. Il volto della piccola ritratta con malinconia luminosa dal pittore francese si riflette in quello di Fuki, un personaggio forte in un contesto dai contorni che si perdono, una figura realista in un mondo evanescente, come una figura dai contorni netti che si staglia su pennellate impressioniste.

Giampiero Raganelli

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