Queen of Hearts

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Attrazione fatale

A gettare un po’ di pepe sulla line-up della decima edizione del Bif&st, ravvivando i bollenti spiriti della platea del Petruzzelli, ci ha pensato Queen of Hearts, presentato nella sezione “Panorama Internazionale” della kermesse pugliese dopo un pluridecorato tour festivaliero (Sundance, Rotterdam, Göteborg e Hong Kong 2019). In tal senso, non c’è dubbio che l’opera terza di May el-Toukhy sia stata la visione più hot e controversa nella otto giorni barese, che ha visto il film della regista e sceneggiatrice danese conquistare un meritatissimo premio per la migliore interpretazione femminile. A portarselo a casa Trine Dyrholm, già pluripremiata per La comune di Thomas Vinterberg e per Nico 1988 di Susanna Nicchiarelli, qui alle prese con ruolo di una donna, moglie e madre, che seducendo il figliastro adolescente va contro i propri ruoli sociali perché travolta da un desiderio al tempo stesso consapevole e inarrestabile che metterà a rischio la propria carriera e la sua famiglia. Ciò la costringerà a prendere una decisione irreversibile e dalle conseguenze fatali.
Insomma, un triplo salto carpiato interpretativo con la quale la Dyrholm si conferma una delle più brave e importanti attrici europee degli ultimi anni. Lei e la sua performance, il modo in cui da corpo e voce a un personaggio scivoloso come una saponetta e che avrebbe fatto tremare i polsi a molte colleghe delle varie latitudini, lo “strumento” con e attraverso il quale chi l’ha diretta ha progettato la risalita di un film che sino al turning point piazzato più in là dei 70 minuti dei 127 complessivi aveva lasciato piuttosto indifferenti i fruitori. Il cambio di rotta e di passo narrativo, al quale segue la mutazione camaleontica della protagonista getta letteralmente una bella dose di benzina sul fuoco, dando uno slancio imprevisto e insperato alla timeline.In Queen of Hearts va in scena una di quelle dinamiche relazionali non facili da gestire tanto in fase di scrittura quanto in quella di messa in quadro. La cineasta danese, con la complicità del cast, riesce a disegnare le linee di un pericolosissimo “gioco” di coppie che non ha paura di mostrare, con scene bollenti che alzano la temperatura di dramma domestico glamour e sensuale, di quelli che riportano la mente a Unfaithful di Adrian Lyne o al più recente Chéri di Stephen Frears. Come i più quotati colleghi, May el-Toukhy non si tira indietro nelle parti più scomode, ossia quelle dove il sesso esplicito tra una donna adulta e un adolescente irrompe sullo schermo.
Il risultato è una pellicola spaccata in due, dove a una prima parte strutturalmente fragile, con frequenti cadute in un melò stucchevole, ne segue una seconda decisamente più solida per forma e contenuti. Questa discontinuità impedisce di fatto all’opera di raggiungere quelle vette che altrimenti avrebbe potuto toccare grazie al lavoro davanti e dietro la macchina da presa.

Francesco Del Grosso

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