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Per aspera ad astra

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VOTO: 8

Figli delle stelle, pardon, di una stella rossa

Dopo l’interesse genuino destato nel pubblico del Teatro Flavio da Aelita, pellicola realizzata in Unione Sovietica nel 1924 e quindi nell’immediato periodo post-rivoluzionario, la mini-retrospettiva voluta da Matteo Scarfò all’interno della quarta edizione di eXtramondi si è ampliata, sabato 19 settembre 2026, con la proiezione di Per aspera ad astra (in russo Через тернии к звёздам), fluviale lungometraggio di Richard Viktorov che ci ha permesso di compiere un autentico salto nel tempo, catapultandoci invece negli ultimi anni di vita del regime sovietico.
Il film in questione risale infatti al al 1981. E il sottoscritto, chiamato a introdurlo in sala assieme al collega Marco Minniti, ha suggerito che prima venisse proiettato un immaginifico videoclip del DDT, la leggendaria rock band russa capitanata sin dagli esordi dal carismatico leader Jurij Ševčuk e fondata a Ufa proprio in quegli anni, per la precisione nel 1980. Sebbene il video e la meravigliosa canzone Lubov (“Amore”, in russo) risalgano al 1996, a un momento cioè della storia russa persino più travagliato e caotico, quello che si è voluto stimolare nel pubblico con un così arbitrario accostamento è il classico cortocircuito dell’immaginario. Dovuto in parte al fatto che nel video di Lubov, surreale e a tratti persino fantascientifico ritratto di una città ricca di Storia come San Pietroburgo, lo stesso tessuto urbano coerentemente col testo della canzone si anima di iperboliche fughe, tra scenari avveniristici e particolarmente stranianti derive esistenziali; mentre, d’altra parte, la parabola dei DDT ben si lega al periodo di transizione della società sovietica vissuto anche da Viktorov, precocemente scomparso nel 1983, quando era sul set delle sue ultime opere cinematografiche.

Ispirato a un romanzo del prolifico connazionale Kir Bulychov, Per aspera ad astra non è del resto l’unico film di fantascienza da lui girato. Nella sua filmografia, senz’altro meno popolare in Italia che nelle ex repubbliche sovietiche, compaiono infatti titoli come Moscow: Cassiopea (1974) e Kometa (1984), uscito postumo. In compenso, quello che abbiamo visionato con un certo entusiasmo al Teatro Flavio di Roma è probabilmente l’unico suo lavoro abbastanza noto anche da noi, avendo beneficiato nel 2016 di un passaggio al triestino Science + Fiction Festival, con tanto di versione restaurata presentata in sala dal figlio Nikolai.
Rivisto oggi il lungometraggio accumula tratti ingenui, soluzioni visive mirabolanti e una qualche profondità esistenziale in misura pressoché uguale. Al pari di molti romanzi del polacco Lem uno dei temi preponderanti è il relazionarsi con l’Altro e più specificamente con civiltà aliene di cui si ignorano i codici etici e il modus vivendi. Laddove, in qualsiasi civiltà galattica ipotizzata, la reazione dei soggetti più arretrati può coincidere con ostilità e diffidenza, in netto contrasto con la maggiore apertura mentale degli individui più evoluti.
La cornice è data qui da una Terra del futuro dove i viaggi interstellari sono ormai realtà. Con esiti a volte anche buffi, grotteschi, al limite del kitsch, come nel caso del luminare alieno di una razza simile ai nostri polpi che per spostarsi dal proprio pianeta, Ocean, ricorre a una sorta di acquario. E i suoi siparietti con un delizioso (ma dispettoso) gatto nero presente sull’astronave sono valido esempio di quegli “alleggerimenti comici” che, in un film dai toni estremamente vari che passano agevolmente dal melodramma alla farsa, non mancano certo.

Ecco, nella rappresentazione di mondi alieni gli elementi più pittoreschi possono ricordare, in modo alquanto naïf ma al contempo anche divertente, ingegnoso, la filosofia di Star Trek. Persino nelle sue componenti maggiormente pop. Ma non bisogna dimenticare che il senso generale del racconto è molto più serio, profondo, in linea con diversi altri capolavori della fantascienza russa, ceca e polacca. Lo scopo stesso del viaggio intergalattico che occupa buona parte della narrazione è una missione di salvataggio, che condurrà alcuni dei protagonisti verso un pianeta morente, Dessa, di cui è originaria la bellissima Niya, umanoide dagli straordinari poteri frutto di un esperimento di clonazione, tentato da un loro scienziato proprio allo scopo di salvare e redimere quella remota civiltà.

Due, in chiusura, sono gli spunti tematici che a nostro avviso meritano un pur fugace approfondimento. Uno è rappresentato dalle scene di vita sulla Terra che precedono la partenza dell’astronave, fasi queste arricchite da alcuni dei trucchi e degli effetti visivi più sorprendenti, posti peraltro in sintonia con quelle schermaglie verbali e con quella ricchezza filosofica che non possono non ricordare, data la situazione, Solaris di Tarkovsky. Altrettanto degna di nota è per noi la rappresentazione di un equilibrio planetario giunto  in prossimità del punto di non ritorno: con ciò intendiamo ovviamente Dessa, pianeta devastato da guerre intestine, dall’inquinamento e da un clima impazzito. Tale visione resta impressa. E appare decisamente motivata. Un po’ perché, non diversamente da come veniva raffigurata la società marziana in Aelita di Protazanov, per i cineasti russi i propri voli di fantasia potevano essere più facilmente giustificati, metabolizzati dalle masse e dalle autorità sovietiche, se resi veicolo di neanche troppo criptici riferimenti alla lotta di classe e alla necessità di una risolutiva Rivoluzione. Un po’, e qui il discorso si fa molto più complesso, attuale, rendendo ancora adesso avvincente la visione di Per aspera ad asta, perché l’idea stessa di un pianeta come Dessa talmente devastato dai suoi abitanti da esser reso quasi inabitabile, risuona come un monito cui oggi come oggi sarebbe delittuoso non prestare attenzione.

Stefano Coccia

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