Un amore sotto le bombe
Relativamente poco noto all’estero, al di fuori dei circuiti specializzati e dei festival, Haruhiko Arai, sceneggiatore, registra, produttore e critico cinematografico di Tokyo, vanta però una carriera lunga mezzo secolo. Un motivo in più per sdoganarlo, scoprirlo e farlo conoscere anche al pubblico italiano. E quale modo migliore se non una rassegna con tre dei cinque film da lui diretti sino a questo momento per entrare in contatto con il suo cinema. Del trittico che è andato a comporre l’omaggio che l’Ottobre Giapponese gli ha voluto dedicare nell’ambito della 24esima edizione del Ravenna Nightmare Film Fest ha fatto parte anche Il cielo sopra questo Paese (Kono Kuni no sora), la seconda pellicola in ordine cronologico della sua filmografia.
Uscito nelle sale l’8 agosto del 2015, una ricorrenza particolarmente significativa, collocata tra le due bombe di Hiroshima e Nagasaki, il film è tratto dall’omonimo romanzo di Takai Yukichi, vincitore del premio letterario Tanizaki nel 1984. Con e attraverso quest’opera, Arai rievoca un’altra tappa fondamentale nella storia del Giappone, riavvolgendo le lancette sino all’estate del 1945, durante le ultime fasi della Seconda guerra mondiale. A Tokyo una ragazza di 19 anni, Satoko (Nikaido Fumi), vive con la madre (Kudo Yuki) e presta servizio per la difesa aerea della città, in cui si respira un’aria tragica, disfatta imminente. Come afferma il personaggio di Satoko, “nel momento in cui io ero al culmine della bellezza, ero molto infelice, mi sentivo sola. Il mio Paese perse la guerra”. L’incontro con Ichige (Hasegawa Hiroki) un uomo sposato, assai più maturo fornisce la chiave di volta del passaggio della ragazza dall’innocenza della gioventù alla maturità donna. L’amicizia iniziale si trasforma in una profonda quanto effimera passione, una piccola luce di speranza in un cielo solcato dai bombardieri americani che mettono a ferro e fuoco il Giappone. La delusione per lo smascheramento delle bugie della propaganda, che ha tentato di nascondere fino all’ultimo la verità al popolo giapponese si unisce alla incertezza per ciò che accadrà, nella speranza che il cielo, di nuovo azzurro, torni a essere dispensatore di vita e non di morte.
In questo period-drama a sfondo bellico girato interamente in studio per esigenze produttive, data l’oggettiva difficoltà a reperire ambientazioni originali dell’epoca, trovano spazio venature melò che come avremo modo di constatare sono una costante nel cinema del resista nipponico, che alza a seconda delle esigenze narrative e drammatugiche della storia che è chiamato a raccontare la temperatura emotiva ed erotica. Qui le venature si fanno più flebili e funzionali alla trama e alle dinamiche affettive rispetto a quanto è possibile vedere nel successivo Due sul vulcano (Kakô no futari), dove l’erotismo, il sesso e il desiderio vengono resi in maniera decisamente più esplicita. In entrambi i film però la coppia protagonista è costretta a vivere i propri sentimenti camminando sull’orlo del baratro, dettato dal contesto storico e dalla natura degli eventi. C’è sempre qualcosa insomma che impedisce alle relazioni e ai sentimenti di nascere e persistere. Se nel già citato Due sul vulcano è la stretta parentela e l’incesto, ma soprattutto la minaccia incombente di un disastro naturale, a rendere impossibile la relazione, in La luna e le stelle sono buchi nel cielo sono il divorzio e la turbolenta Tokyo del 1969 con la violenta contestazione giovanile e le lotte universitarie che coinvolsero un’intera generazione a ostacolare la relazione. E non fa eccezione nemmeno Il cielo sopra questo Paese, dove è la differenza di età e l’orrore della guerra a chiudere le porte. Insomma, quello degli amori negati è un leit-motiv che percorre e alimenta il cinema di Arai, rendendolo ogni volta palpitante e mai privo di afflato.
Francesco Del Grosso







