La parte mancante
C’era un tempo in cui Guido Chiesa metteva la propria firma su progetti autoriali di grande rilevanza artistica e storica, attraverso le quali ha portato sullo schermo fatti, figure e composizioni letterarie di altissimo spessore. Ci riferiamo al suo esordio nel 1991 con Il caso Martello, a cui è seguita la scelta coraggiosa di tradurre in immagini Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio. E ancora Babylon, Lavorare con lentezza o Io sono con te. Poi la decisione di passare alle commedie, decisamente più leggere nei toni e nei contenuti, ma comunque di buona fattura. Adesso, con una consapevolezza tutta nuova, il regista torinese è tornato sul grande schermo con una pellicola completamente diversa da quelle a cui ci ha abituato negli ultimi anni, compresa la recente 30 notti con la mia ex, in uscita il 17 aprile. Lo ha fatto con un’opera della quale si erano perse le tracce dai radar, per poi riemergere in occasione dell’anteprima mondiale alla 16esima edizione del Bif&st, laddove si è aggiudicata il premio per il miglior film della sezione “Per il cinema italiano”, assegnato da una giuria popolare presieduta da Costanza Quatriglio. Si tratta di Per amore di una donna, la cui distribuzione da parte della Fandango è programmata per il prossimo 29 maggio.
Tratto dal romanzo “The Loves of Judith” di Meir Shalev e scritto a quattro mani con Nicoletta Micheli, il film è un intreccio di presente e passato attraverso le vicissitudini di due donne dal vissuto complesso. Esther è una hostess americana quarantenne con un matrimonio fallito alle spalle, ora alle prese con il lutto di sua madre. È determinata a portare avanti un’indagine per tenere fede al patto di rintracciare una donna in Israele, tale Yehudit: indipendente, libera, carismatica, pronta a rimboccarsi le maniche per abbracciare, nella Palestina degli anni Trenta sotto dominio britannico, la “dura vita dei coloni” e sfidare le regole della società patriarcale e rurale del tempo per imporre le proprie.
Al centro di Per amore di una donna c’è dunque un mistero da risolvere, nonostante il film non si possa definire un giallo a tuttotondo, tantomeno un thriller. Un mistero coinvolge infatti le due donne protagoniste, legate da un filo invisibile eppure indissolubile. Una, Yehudit, è vissuta negli anni Trenta in un villaggio rurale dove il suo arrivo ha scatenato una bizzarra saga amorosa. L’altra, Esther, è un’americana senza alcun legame con la terra dove è nata, pessimi rapporti famigliari e una vita senza centro. E sarà il suo dipanarsi nel tempo e nello spazio a tenere alta l’attenzione dello spettatore sino al colpo di scena finale. Un dipanarsi che procede attraverso un palleggio insistito tra epoche, binari, lingue e trascorsi emotivi diversi che ricorda per certi versi quel meccanismo che regolava il funzionamento narrativo de Il mistero dell’acqua. Alternando e mescolando efficacemente i piani temporali, Chiesa riesce a dare forma e sostanza a un viaggio fisico, mnemonico ed emozionale che affronta tematiche universali come l’amore, la ricerca delle radici e la genitorialità. Queste diventano la materia prima di un’opera dalle anime molteplici, ma con un unico cuore pulsante che batte per mostrare quanto sia doloroso, e allo stesso tempo fondamentale, scoprire la verità che c’è dietro la propria storia. A farlo palpitare ci pensa la regia asciutta ed essenziale di Chiesa, la fotografia camaleontica che si plasma a immagine e somiglianza dell’epoca di riferimento di Emanuele Pasquet, ma soprattutto le interpretazioni partecipi di Ana Ularu e Mili Avital, cangianti per temperatura e livello d’intensità. Peccato solo per la messinscena della parte storica ambientata negli anni Trenta, che sul piano scenografico in certe situazioni non garantisce il supporto adeguato.
Francesco Del Grosso









