Peppermint – L’angelo della vendetta

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4.0 Awesome
  • voto 4

Mommy Vengeance

Peppermint – L’angelo della vendetta rispetta tutte le regole del genere, quindi è un revenge movie con tutti i crismi. Questo, però, non vuol dire che sia propria una gran bella notizia, anzi. Dietro la valida perizia tecnica del prodotto, e una sufficiente godibilità visiva del medesimo, che offre abbastanza di quello che promette se si è di bocca buona, si cela una storia troppo banale, fitta di stanchi déjà vu. Basti pensare che già qualcuno lo ha liquidato come variazione al femminile de Il giustiziere della notte (Death Wish, 1974) di Michael Winner e con Charles Bronson. Comparazione superficiale anche corretta, ma completamente errata per le direzioni che le due pellicole prendono. Dopo tutto gli elementi che compongono il plot di vendetta di questo Peppermint sono i soliti: familiari uccisi, personaggio protagonista in coma, banda di cattivissimi, polizia corrotta, arti marziali, infinite raffiche di armi da fuoco, finta conclusione e finale aperto (nel caso la pellicola ottenga ottimi consensi di pubblico). Forse l’unico aspetto un filino innovativo è che i cattivi non sono gli usuali russi, ma una banda di trafficanti colombiani (forse perché uno dei più noti serial del momento è Narcos?).

Questa nuova Lady Vengeance è una tranquilla casalinga, a cui da corpo Jennifer Garner. Musetto dolce e attrice versatile, molto utilizzata nelle commedie romantiche o pseudo-demenziali, la Garner non è novizia nell’action duro e puro. Memorabile (in riferimento per il costume indossato) in Elektra, spin-off del marveliano Daredevil, e stra-nota per essere stata la protagonista nello spy-action serial Alias. Con Peppermint incarna di nuovo una coriacea eroina, però questa volta con contorni umani e soprattutto con una background proletario (in Elektra aveva superpoteri ed era figlia di un miliardario). Questo sarebbe l’aspetto più interessante, se solo tale prospettiva fosse stata sviluppata maggiormente e in modo migliore (la “vendetta” di classe è risolta con un pugno, e tra l’altro è la scena migliore). Il problema dello sceneggiatore Chad St. John, che aveva avuto successo con lo script di Attacco al potere 2 (2016), è di infilare solo situazioni da action basiche, senza dare un vero spessore alla trama. Con questo non si pretende di avere una logica, perché altrimenti la protagonista morirebbe dopo pochi minuti, ma almeno creare argomentazioni funzionali. Come scritto antecedentemente, qualcuno ha voluto inquadrare Peppermint come variante di Death Wish; però si potrà notare rapidamente che la pellicola di Winner, seppure tacciata di fascismo, tutto sommato era un onesto pamphlet sociologico. Peppermint non ha aspirazioni di questo tipo, e vuole essere solamente un action a tutto tondo, anche se la città e i personaggi (soprattutto la protagonista) hanno fisionomie realiste. Una pellicola del genere, il secolo scorso, avrebbe avuto un buon esito come prodotto straight to video, seppure la confezione è molto più lussuosa di quelle pellicole interpretata di Cynthia Rothrock o Don “The Dragon” Wilson.

Roberto Baldassarre

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