Once Upon a Time in London

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

Gangs of East End

Presentato nella sezione Contemporanea della diciassettesima edizione del Ravenna Nightmare, Once Upon a Time in London rappresenta ai nostri occhi un tentativo interessante, ma solo parzialmente riuscito, di alzare l’asticella, da parte del film-maker inglese Simon Rumley. Colui che l’Hollywood Reporter ha giustamente definito “un maestro del thriller psicologico” ci ha abituato a sguardi di sicuro più destabilizzanti, ad una continua escalation di incursioni nei generi in grado di far emergere il perturbante cinematografico con ben altra vigoria, quasi con prepotenza. Titoli come The Living and the Dead (premiato proprio a Ravenna, qualche anno fa), Red White & Blue (estemporanea ed assai incisiva trasferta texana, per il regista) o il più recente Fashionista sono tra i più interessanti, all’interno di una new wave britannica che negli ultimi anni ci ha regalato non poche soddisfazioni.

Non ci sorprende quindi aver letto in rete che in principio avrebbe dovuto essere Terry Stone, co-produttore ed interprete principale del film, a dirigere Once Upon a Time in London: l’impressione è infatti che Simon Rumley si sia trovato al timone di un progetto cinematografico fortemente voluto da altri, già in parte impostato, nel quale il talentuoso cineasta si è giusto divertito ad orchestrare una messinscena più impegnativa del solito, senza poter però dispiegare tutte le proprie ossessioni autoriali. Ciò che ne è uscito fuori è un lungometraggio in costume molto curato nella confezione e nella forma, privo però di quegli slanci registici e narrativi che avevano caratterizzato finora il cinema di Rumley, apostolo di un approccio al genere teso ad amplificare le tensioni sociali, l’inadeguatezza profonda, il feticismo, la fragilità pronta a riconvertirsi in violenza e i turbamenti interiori dei personaggi coinvolti.
Tuttavia l’epopea dei gangster londinesi Jack Comer (ovvero lo stesso Terry Stone) e Billy Hill (Leo Gregory) è foriera anch’essa di uno sguardo obliquo sulla società inglese prima, durante e dopo la Seconda Guerra mondiale, che non scarseggia certo di prospettive stimolanti. Dall’atteggiamento ambiguo di certi strati sociali nei confronti del nazi-fascismo allo scontro con le istituzioni, dagli ambienti della comunità ebraica che hanno fatto da culla alle aspirazioni di Jack fino al progressivo emergere di quella malavita cinica e brutale che un tempo gravitava attorno ai locali notturni, al giro della prostituzione e alle scommesse clandestine (gli inglesi, si sa, amano scommettere), lo sfondo appare quanto mai vivo, ricco di spunti.

Simon Rumley, esibendo un notevole controllo della messa in scena, dà l’impressione di guardare a modelli alti, dallo Scorsese di Gangs of New York al De Palma di Scarface, laddove è sull’astro nascente Billy Hill impegnato a fare le scarpe al vecchio boss dell’East End che si accendono i riflettori. La cura dei dettagli e dell’ambientazione rimanda a quelle produzioni mainstream, rispetto alle quali il regista non mostra certo timori reverenziali, come a dire che il mestiere e finanche lo stile non gli fanno difetto. D’altro canto la narrazione non scivola mai in profondità, vanificando in parte le potenzialità del soggetto e l’intrinseca eleganza di montaggio e riprese; il che, se da un lato conferma il talento di un regista che può ora maneggiare budget e set di maggior rilievo, dall’altro ci ha fatto un po’ rimpiangere quei progetti cinematografici più personali, disturbanti, autarchici, che Rumley aveva finora privilegiato.

Stefano Coccia

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