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La maison du vent

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VOTO: 6

Dolci folate di nostalgia

Quanta attenzione dobbiamo prestare alle televisioni accese sullo sfondo dei film? È una domanda che, probabilmente, tutti i cinefili si sono posti almeno una volta nella vita. Capita spesso che, attraverso questo dispositivo periferico, il regista si intrometta nella narrazione per esplicitare i temi con cui il film si confronta, mentre altre volte il loro inserimento sembra unicamente soddisfare il desiderio di rendere più vivo un ambiente. In La maison du vent (House of the Wind), presentato a Venezia 2026 nella sezione Orizzonti, è decisamente il primo caso: un servizio al telegiornale racconta come i giovani camerunensi non abbiano prospettive professionali commisurate ai loro percorsi di studio, e decidano quindi di lasciare in massa il Paese per portare le proprie competenze all’estero. Questo esodo è testimoniato anche dall’assemblea di donne che si riunisce nel villaggio dove abita Josette, una delle madri lasciate indietro dai propri figli in balia di una nostalgia inscalfibile: all’ordine del giorno un dibattito sull’utilizzo della tecnologia, utile per restare in contatto con chi se n’è andato, ma anche strumento che ne normalizza l’assenza in favore di una presenza digitale palliativa. Riceviamo quindi un precoce e intensivo imprinting tematico, volendo il regista Auguste Bernard Kouemo Yanghu accertarsi che lo spettatore sia correttamente sintonizzato sulle conseguenze della globalizzazione, sia attraverso elementi diegetici evidenti sia lasciando che queste emergano spontaneamente dalle vite dei personaggi.
Per Josette, vedova e madre di sei figli, questa nuova direzione che ha preso il mondo risulta particolarmente difficile da accettare. La vediamo cedere alle videochiamate per avere notizie delle donne e degli uomini che si è rifiutata di seguire per timore di abbandonare la sua terra natale, nonostante nell’assemblea si sia battuta per limitare l’utilizzo dei telefoni. La maison du vent si apre quindi a una riflessione sull’ambivalenza della tecnologia, che permette di accorciare virtualmente le distanze che lei stessa ha contribuito fisicamente a creare. L’assenza viene quindi normalizzata e alleviata, ma mai colmata, mentre la presenza è sostituita dalla promessa continuamente rimandata di un ritorno futuro: «Appena ho tempo vengo a trovarti, mamma». L’obiettivo non sembra essere imbastire una critica sterile all’innovazione che rema contro valori e tradizione, o viceversa, ma di ragionare sulla trasformazione irreversibile che hanno subito i rapporti familiari attraverso lo studio caratteriale di una madre che soffre in resiliente silenzio di questa dispersione. Josette è infatti impegnata a seguire la costruzione di una casa in cui spera che un giorno, prima della sua morte, tornino ad abitare i suoi figli, con tutte le difficoltà economiche e burocratiche del caso. Un monumento all’amore materno, ma anche alla resistenza contro il cambiamento, materialmente tangibile e al contempo simbolo dell’impossibilità di invertire il corso della storia.
È in questo stato emotivo fragile che, dopo aver perso la carta d’identità necessaria per effettuare prelievi in banca, conosce Sarah, la giovane ragazza che funge da controcampo generazionale di Josette: da un lato una madre che cerca invano di ricostruire una famiglia, dall’altro una ragazza alla ricerca di un’identità in un mondo globalizzato in cui non sente di appartenere, consapevole che il suo posto è probabilmente lontano dal Camerun. In cambio di un aiuto a prelevare i soldi necessari per proseguire i lavori in cantiere, Josette accetta di ospitare Sarah e di fare finta di essere sua madre. La ragazza è infatti in attesa dell’arrivo di Adrien, il fidanzato conosciuto a Parigi, e non ha di certo intenzione di presentarlo alla sua vera famiglia di vedute ristrette, con cui Sarah ha un rapporto conflittuale. Sarah e Josette incarnano quindi due forme diverse della stessa perdita di appartenenza, posizionate ai poli opposti di un villaggio sospeso in un limbo tra tradizione e modernità.
Nonostante la narrazione non abbandoni mai territori convenzionali, e sia di conseguenze incapace di regalare sorprese sul fronte cinematografico, il rapporto tra Josette e Sarah tiene viva fino alla fine la piccola fiamma che anima un film che il regista ha confezionato come dedica a sua madre. Le immagini dei sogni di Josette, raffiguranti la casa nella sua versione finale attraversata da dolci folate di vento, sono l’onirico legante nostalgico che, oltre a richiamare il titolo del film, approfondisce il rapporto dello spettatore con la psiche disillusa della sua protagonista.
La maison du vent è quindi, in definitiva,, ma osservando piuttosto chi rimane indietro. Un debutto che al di là della sua relativa potenza emotiva rappresenta un’inclusione importante nel contesto del concorso Orizzonti, dove è possibile dare spazio ad autori provenienti da Paesi sotto rappresentati nel panorama cinematografico internazionale, custodi di storie lontani dal nostro immaginario che solo loro sono in grado raccontare consapevolmente.

Alessio Vinciguerra

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