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Scarpe rotte

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VOTO: 7

La fedeltà del passo

Dagli anni Novanta in cui muoveva i primi passi nel mondo del cinema ad oggi che alle spalle di progetti audiovisivi ne ha firmati svariati per genere e formato, tutti perfettamente riconducibili a un approccio e a uno stile riconoscibili e personali, Roberta Torre non ha mai smesso di sorprendere con opere diverse, spiazzanti e a loro modo originali. Non è da meno la sua ultima fatica dietro la macchina da presa dal titolo Scarpe rotte, un mediometraggio che supera di poco l’ora, presentato in anteprima mondiale alle Giornate degli Autori dell’83esima edizione della Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia.
L’abitudine della regista milanese di adozione sicula di prendere alla sprovvista il pubblico e gli addetti ai lavori l’ha portata a concepire prima e a confezionare poi un’opera ibrida nella quale sovrappone il piano privato con la storia collettiva, intrecciando finzione con altri linguaggi artistici quali la danza, l’animazione, la fotografia, i frammenti di diari, i filmati d’archivio e il teatro. Il tutto ispirandosi liberamente alla biografia e a un racconto della scrittrice Natalia Ginzburg, nato a seguito della morte del marito, torturato e ucciso nel febbraio del 1944 nel carcere capitolino di Regina Coeli, rielaborato con la complicità in fase di scrittura di Giorgio Vasta. Ha preso così forma e sostanza una vicenda che riavvolge le lancette sino alla Roma della Seconda Guerra Mondiale. Clara e Vera trascorrono il tempo in casa: bevono il tè, mettono in ordine, parlano. Clara e Vera parlano di tutto. Di ciò che è accaduto all’una e all’altra, di chi non c’è, di chi manca. Al centro dei loro discorsi – come un leitmotiv musicale, e come un’occasione per parlare di ciò di cui non si può parlare – ci sono le scarpe. Che dovrebbero essere intere, se non addirittura eleganti almeno decenti, e invece sono rotte, piene di spaccature, con la suola che si stacca; ma ci sono solo quelle, bisogna arrangiarsi, esserne orgogliosi e persino – anche se in tempo di guerra sembra assurdo – un poco gioirne. Perché allora non organizzare un concorso di scarpe rotte, con tanto di giudice e concorrenti?
Il film della Torre parte proprio da questa bizzarra e anomala competizione alla quale prenderà parte, con la sua storie e le scarpe che indossava ogni volta che si recava in visita dal marito in carcere e le veniva puntualmente negato il colloquio, anche la protagonista, qui interpretata da un’intensa e sempre convincente Barbara Ronchi. La Clara alla quale ha dato corpo e voce la splendida attrice romana, il suo drammatico vissuto, diventano un’opportunità per la regista per parlare di attesa e della speranza come intima condizione umana, ma anche di quel tipo di resistenza silenziosa che si manifesta nei minimi gesti quotidiani, nella fedeltà a un amore, a una promessa, a un ricordo. Scarpe rotte si fa portatrice sana di queste tematiche e lo fa attraverso un modus operandi narrativamente e drammaturgicamente non tradizionale, in una chiave che è essa stessa metaforica, simbolica, astratta, concettuale, multiforme e cross-mediale. L’architettura si alimenta e si sviluppa con un mix di linguaggi diversi che dialogano continuamente, trovando in un impianto volutamente teatrale il palcoscenico e la propria espressione, dimensione ed estetica. Il tutto si materializza e si consuma in uno spazio sospeso, dove i luoghi diventano paesaggi interiori, oltre che custodi degli oggetti, delle tracce, dei ricordi e della memoria delle persone, del tempo e della Storia. Da qui la scelta di non ricostruire realisticamente la Roma dell’epoca e di realizzare il film interamente in studio. Ciò ha permesso alle pareti e ai tendaggi di questo cinema-teatro da camera di trasformarmi in cornici che ospitano proiezioni e immagini di repertorio, spogliate dal tradizionale compito documentaristico per partecipare attivamente alla narrazione, interagendo con la protagonista e il coro greco che l’accompagna.
L’insieme di queste scelte tecniche e narrative hanno reso ancora più importante e determinante il lavoro di messinscena e messa in quadro, con le scenografie (Luigi Bisceglia), i costumi (Erika Carretta) e la fotografia (Daniele Ciprì), che nello specifico acquistano un ruolo fondamentale. La Torre in questo si affida e fa bene, perché le maestranze chiamate in causa danno un contributo davvero degno di nota.

Francesco Del Grosso

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