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No Need of Paradise

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VOTO: 8

Un viaggio nell’anima profonda del popolo russo

Il nuovo film della cineasta russa Alicia Maksimova, autrice cara all’Indiecinema Film Festival che negli anni scorsi ne ha proiettato diverse altre opere (tra cui Hope – La Speranza), era già pronto nel febbraio 2024. È stato però necessario attendere la partenza della quarta edizione del festival, per conoscere il giorno preciso della sua presentazione. Save the Date! La premiere capitolina di No Need of Paradise (titolo italiano: Non c’e bisogno del paradiso; in russo: Не надо рая) è programmata sabato 27 settembre, ore 20.30, presso la saletta della Bottega dell’Attore a San Lorenzo (Via dei Volsci, 3). Alla presenza peraltro della stessa regista russa, giunta appositamente a Roma. E non poteva esserci tempismo migliore: tra deliri mediatici su droni e presunti sconfinamenti, scriteriate decisioni economiche tese a foraggiare un improbabile “riarmo europeo”, dichiarazioni roboanti da parte dei vertici dell’Unione Europea, di esponenti della NATO e ora persino di Trump, toni altrettanto minacciosi adottati da politici di paesi dell’Europa Orientale in odore di spericolato “revanchismo”, nel Vecchio Continente si respira un’aria sempre più pesante, aria viziata da un’irrazionale, iniqua e pericolosa russofobia che potrebbe trascinarci tutti sull’orlo della Terza Guerra Mondiale. Sempre che essa in sordina non sia già cominciata, rischio da cui ci metteva in guardia il compianto Giulietto Chiesa qualche anno fa. Arrivati a questo punto fare controcultura, un po’ come sta avvenendo per la feroce aggressione sionista alla Palestina, risulta quasi indispensabile. E in tal senso la visione del poetico documentario di Alicia Maksimova può essere un antidoto formidabile.

Concepita produttivamente nel Regno Unito ma con un’anima profondamente russa. quella di Alicia Maksimova non è infatti soltanto una ricognizione documentaria ricca di fecondi spunti creativi; bensì un vero e proprio “diario di viaggio” della cineasta attraverso terre che possono dirsi prevalentemente o almeno in parte “russofone”: Lituania, Uzbekistan, Armenia, Georgia nonché alcune località della Federazione Russa (vedi la splendida Kamchatka, che finalmente per molti spettatori cesserà di essere un caposaldo del Risiko e basta) sono infatti le tappe del complesso itinerario teso a sondare gli umori di persone appartenenti a molteplici etnie e con passaporti diversi, ma accomunate da una sincera passione per la cultura, la lingua e la tradizione russa; tutto ciò ripreso con evidente fervore mentre in Ucraina proseguiva imperterrito quel sanguinoso conflitto denominato da Putin “operazione militare speciale”, ed alimentato nei fatti dal sostegno politico, economico e finanche bellico (vista la quantità sproporzionata di armamenti inviati laggiù) dei governi occidentali.
Alle ragioni della truce politica imperialista sostenuta da Bruxelles e da Washington, come pure agli inquietanti rigurgiti “banderisti” del governo di Kiev, Alicia Maksimova contrappone attraverso una variegata trafila di incontri e di sorprendenti epifanie un diffuso senso di appartenenza, di radicata amicizia tra popoli accomunati anche dall’aver condiviso le sofferenze della “Grande Guerra Patriottica”, ovvero la Seconda Guerra Mondiale, allorché insieme riuscirono a tamponare e respingere l’aggressione nazista. Ma sono ancor più le ragioni della fratellanza e amicizia tra popoli già venuti in contatto tra loro ai tempi dello Zar, la residuale sopravvivenza di uno spirito sovietico depurato di certe asprezze e – soprattutto – una sincera ammirazione per la letteratura, per la musica e per le consuetudini del popolo russo ad affiorare più spesso dalle parole degli intervistati, che sia proprio questa o magari anche un’altra la loro nazionalità.

A prescindere poi da qualsiasi riflessione sulla geopolitica e su determinate radici storiche, chiunque di No Need of Paradise può apprezzare la sensibilità dell’autrice nel filmare volti, situazioni, luoghi che pur estrapolati dalla loro dimensione quotidiana tendono poi verso un certo lirismo, grazie anche a quella colonna sonora che ingloba spesso e volentieri musica classica o brani tradizionali rivisitati. Da segnalare vi è anche quel piccolo “detour” italiano, girato per la precisione in una sognante Venezia, dove la regista ha incontrato una donna fuggita dal Donbass in seguito ai bombardamenti attuati dagli ucraini nei confronti di quei loro connazionali, costretti in pratica all’autodeterminazione (naturalmente con l’appoggio russo) dalle misure che il governo golpista di Kiev aveva attuato, dopo il 2014, verso una componente russofona della popolazione che si intendeva così privare di lingua, diritti e autonomia. Qui, di rimarchevole e interessante, vi è da un lato la vicenda personale in sé, dall’altro il rinnovato amore per l’Italia della stessa Alicia Maksimova, tornata incidentalmente nei luoghi che avevano fatto da sfondo anni fa al suo Was Shakespeare English?.

Stefano Coccia

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