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Becoming Human

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VOTO: 7,5

Un’ectoplasmatica Cambogia in marcia verso incerto destino

Siamo avvezzi da tempo alla presenza di spettri, nel cinema proveniente dal Sud-est asiatico. Questi film spesso sono horror. Sebbene determinate credenze, correlate il più delle volte al buddismo o a qualche ancestrale culto animista, possano conferire loro caratteristiche decisamente particolari.
Nel caso dell’eterea, delicata “ghost story” proveniente dalla Cambogia e ammirata all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, però, non soltanto l’elemento soprannaturale è espresso in forma alquanto minimalista, ma è del tutto funzionale a un racconto cinematografico che tramite esso vuole sondare in profondità gli umori di un paese al bivio tra un passato prossimo estremamente doloroso e un futuro parimenti pieno di incertezze, di contraddizioni sociali entro le quali è difficile districarsi. Del resto Polen Ly, qui alla sua prima opera di finzione, si porta senz’altro dietro – anche nel modo di filmare specifici luoghi – il retaggio del suo precedente documentario, Until the Orchid Blooms, non meno liminale e umbratile in quanto incentrato su un villaggio fatto sgombrare dalle autorità per allagarlo e far posto a un bacino idroelettrico.

Pure in Becoming Human l’adombrato contrasto tra modernità e tradizione, tra spinte autoritarie provenienti dall’alto e aspirazioni individuali regolarmente frustrate, funge da catalizzatore di interazioni umane sofferte e improntate sul ricordo. Nella Cambogia di oggi Thida è lo spirito custode di un vecchio cinema in disarmo, che attende ormai soltanto di essere demolito. A pochi giorni dal quel triste momento Hai, un giovane giornalista, riesce di nascosto ad entrarvi per scattare qualche fotografia e tra loro nasce, con estrema naturalezza, un’empatia che cela la profonda insoddisfazione nei confronti della società che li circonda, disagio che i due naturalmente esprimono a partire da esperienze di vita riferite a fasi differenti ma contigue della storia nazionale: nei drammatici trascorsi famigliari di Thida si scorge, in filigrana, il dramma collettivo del genocidio a sfondo politico avvenuto in Cambogia all’epoca di Pol Pot e degli Khmer rossi; mentre gli amareggiati resoconti di Hai riguardano l’attualità di un paese dove la sopraggiunta “democrazia” è spesso più nominale che reale, poiché le voci di protesta – come viene presentata a tratti quella del giovane giornalista – vengono facilmente zittite, i dettami economici di timbro ultra-liberista travolgono le esigenze individuali e le risorse del territorio vengono spogliate, saccheggiate a beneficio di pochi.
Il film si apre in uno spazio tra i più evocativi, un cinema abbandonato, che come unità di luogo può persino suggerire qualche analogia con l’ugualmente crepuscolare Goodbye, Dragon Inn (2003) del Maestro taiwanese Tsai Ming-liang. L’asse diegetico poi si sposta all’esterno, in diversi altri posti. Ognuno dei quali racconta una storia. E tutti i racconti dei due “ragazzi perduti”, sia il vivente che l’altra la cui vita terrena si è conclusa anni prima, toccano il cuore. Ma se i riferimenti all’attualità hanno indubbiamente un peso, notevole fascino ha pure il cóte filosofico e velatamente metafisico del quasi impalpabile oggetto filmico. Per lo spirito custode Thida, in attesa di reincarnazione, si immagina infatti un periodo post mortem dettato da regole che possono ricordare, alla lontana, titoli come After Life (1998) di Kore’eda Hirokazu, pur essendovi tratti e sfaccettature originali dei quali l’epilogo stesso della vicenda (ultra)terrena cui va incontro la ragazza è valido esempio.

Stefano Coccia

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