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Hope – La Speranza

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VOTO: 8,5

Aria, acqua, fuoco contro la follia

In concorso alla 2ª edizione di Indiecinema Film Festival, Hope (La speranza), il nuovo docufilm della cineasta russa Alicia Maksimova (già nota per Was Shakespeare English?è stato proiettato in questi giorni al circolo Arcobaleno della Garbatella di Roma, alla presenza della regista e del direttore artistico del Festival Stefano Coccia, che hanno intavolato un interessante dibattito dopo la visione confrontandosi con il pubblico in sala.

Hope, La Speranza, o meglio ancora in russo Nadezhda, titolo che prende il nome da una delle eroine del film, è anche il sentimento che la Maksimova regala allo spettatore, in un finale che sulle note dell’Ave Maria di Schubert cantata dal nostro Robertino Loreti racchiude un mix di immagini scattate durante le manifestazioni per la libertà che hanno portato nelle piazze di Londra e della Gran Bretagna un’ampia fetta di popolazione.

Hope è infatti un instant movie sulla recente follia pandemica vista attraverso gli occhi di tre donne, tre eroine come le definisce la stessa regista, con un diverso vissuto alle spalle ma unite, virtualmente, da una grande forza interiore che le ha fatte passare indenni attraverso l’uragano Covid, che ha spazzato via la normalità e la libertà conquistata nei secoli dai popoli. Uragano che ha colpito tutte le democrazie occidentali, limitando i diritti dei cittadini in modo più o meno evidente; un esempio significativo l’abbiamo vissuto nel nostro Paese, dove un illogico (ed inutile dal punto di vista sanitario) utilizzo del Green Pass ha, di fatto, spaccato il Paese in due, ghettizzando una parte della popolazione su base pseudoscientifica. In Gran Bretagna, dove la Maksimova vive, le manifestazioni contro l’obbligo vaccinale e la generale follia pandemica hanno mobilitato gran parte della popolazione, inclusi i veterani di guerra, che per la libertà hanno sempre combattuto.

Nonostante i forti contenuti critici e sociali, Hope si snoda con poetica leggerezza nei racconti di Nadezhda, Inara e Layla; tre donne che rappresentano la forza interiore nonostante la tipicità degli elementi che simboleggiano: la leggerezza dell’aria, la fluidità dell’acqua e la momentaneità del fuoco. Nadezhda, l’aria, vestita di bianco, filmata a Londra nel verde di un parco e su un battello sul Tamigi, medico e madre, racconta la scelta della sua famiglia di non sottostare al regime di misure pandemiche nonostante le difficoltà, superate grazie alla formazione di veri gruppi di resistenza. Inara, l’acqua, sullo sfondo della scozzese isola di Skye, e Layla, il fuoco, sul palco del Canal Theatre di Londra, raccontano storie analoghe. Tre donne, tre vite, tre storie diverse, incarnano tre personaggi ed i relativi elementi naturali, simboleggiati dai colori degli abiti e dalla musica, la stessa per tutte ma arrangiata in modo unico per ognuna da Mark Leventhall.

Il tema di Bach scorre per tutto il film a dare continuità alle storie raccontate; suonato con una semplice chitarra acustica per dare la leggerezza dell’aria a Nadezhda, vestita di bianco, poi in versione polistrumentista con coro per dare ad Inara, in blu, la profondità dell’acqua ed infine con una chitarra rock elettrica per rendere le vampate del fuoco rappresentato da Layla e il suo abito rosso fiammante. Bianco, blu, rosso Tre colori, tre donne, tre elementi. Forse non è un caso che si susseguano come i colori della bandiera russa, amata Patria della  Maksimova. Ma questa è un’altra storia.

Michela Aloisi

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